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Vivere senza supermercato, la recensione

Immagine Vivere senza supermercato, la recensione

Vivere senza supermercato è una piccola storia. È un manuale d’indipendenza. È il cambiamento di Elena Tioli, autrice del libro e ragazza come tante, con la vita che tutti vogliono e che tutti fanno, che ad un certo punto ha deciso di cambiare drasticamente rotta.

Recensione #3 - Vivere senza supermercato

La vita di una ragazza come tante

La vita di Elena scorre lungo i classici binari, e non sembra poi neanche così male. Gioventù all’aria aperta, quindi studi e i primi traslochi. Arriva la città e la vita mondana, costellata di aperitivi, aspettative, carriera, amici e conoscenti. Una vita bella e ricca di soddisfazioni. Il decadimento arriva con la batosta del lavoro. Con alle spalle una laurea, un buon curriculum e buone doti relazionali, tutt’a un tratto si ritrova disoccupata. Una tragedia. Una sconfitta. Tante domande, interrogativi, riflessioni. Una rinascita. Il tempo a disposizione ora è molto, la mercificazione del corpo e della mente è superata. La società molla la presa, e allora il cervello riprende a vivere e a ragionare.

Succede che ad un certo punto qualcosa scatta. Elena cambia radicalmente la visione del mondo che la circonda. Come sempre sono i particolari che risvegliano le coscienze. Qualcosa che è sempre stata lì, ma che non si è mai considerato, a causa dell’annebbiamento che questa società ci imprime a forza. Ma basta un niente, un giorno di lucidità. Così un pezzo di carne al bancone non è più solo un pezzo di carne, ma un animale morto per le nostre perversioni. Un maialino intero rivendica il suo status nel mondo. Anche da morto urla la sua appartenenza alla Terra, come essere vivente. Elena finalmente si risveglia, e ormai niente è come prima.

Vivere senza supermercato è possibile

Il boicottaggio del supermercato è il passo successivo. Ormai è fatta, manca solo l’azione, che non tarda ad arrivare. Si organizza, si informa, trova il modo. Vivere senza supermercato è il suo modo. Una volta imboccata la strada tutto si mette in discesa. Quello che sembra impossibile passa da improbabile a fattibile. Ad un certo punto l’impossibilità rimane solo nel ritornare indietro. È una scelta coraggiosa, ma anche facile, come ci spiega Elena in Vivere senza supermercato. Facile? Sì, perché una volta sostituite le vecchie abitudini con le nuove, scopre quanto queste, in realtà, siano più pratiche, salutari ed economiche.

Perché allora non lo fanno tutti? È semplice. Perché siamo tutti, chi più chi meno, lobotomizzati. Tutti abbiamo abitudini assurde, stupide e senza senso. Eppure perseveriamo. Come detto, a volte capita la scintilla. Alcuni la afferrano, altri preferiscono rimanere seduti comodi in poltrona. Come ci piace ripetere nel Project Excape, è sempre una questione di scelta.

Vivere senza supermercato è un libro breve, semplice ed efficace. Non è solo la storia di Elena, che per quanto affascinante si fermerebbe alla superficie. È invece il suo manuale di crescita. Nel libro sono racchiusi tutti i suoi stratagemmi, i consigli e i cambiamenti che l’hanno portata concretamente a cambiare le sue abitudini in meglio. Non son verità assolute, sono le sue verità, e di questo lei né è pienamente consapevole. Secondo la mia interpretazione pare evidente come non voglia imporre niente, ma solo raccontare la sua versione. Anche questo mi è piaciuto molto. Non è un libro per chi gode alla visione di video motivazionali su Facebook o si riempie la bocca di frasi acchiappa like. È un libro per chi fa. Punto.

Quello che mi è piaciuto veramente

Onestamente non ho trovato punti deboli nel libro. Ho apprezzato veramente tutto, ma c’è qualcosa in particolare che ho trovato degno di nota.

Ecco il motivo per cui questo capitolo non s’intitola La mia scelta vegana. Perché non sono vegana. E lo dico con un po’ di imbarazzo. Ma alla fine in famiglia abbiamo raggiunto un compromesso: in casa non si mangiano derivati animali ma quando usciamo a cena mi impegno a non essere troppo fiscale o pignola. Quindi, fatta eccezione per la carne e i latticini che ormai non tocco da anni, sul resto, a volte, chiudo un occhio (Vivere senza supermercato).

Questo paragrafo mi è particolarmente piaciuto. Ho apprezzato la sincerità, ma soprattutto la tranquillità nell’evitare di essere settaria a prescindere (caratteristica molto comune, purtroppo, tra chi sceglie di abbracciare certi regimi alimentari). Noi del Project Excape ripetiamo spesso un concetto semplice. Evadere dalla realtà non significa estraniarsi, ma rimanere nella società, applicando però le nostre personali regole. Il modo di Elena mi sembra una sua semplice realizzazione.

Se tutti facessero come te, a quest’ora saremmo nella merda

Un altro passo veramente interessante l’ho trovato nella riflessione di Elena a questa classica provocazione. Se tutti facessero così sarebbe veramente un guaio? Forse, e allora? Meglio continuare a perseverare in qualcosa di assurdamente sbagliato, o ripartire da zero? È chiaro che, se tutti i supermercati chiudessero, molte persone rimarrebbero a casa. Quindi? Basta fare discorsi buonisti. Dovrebbero chiudere tutte le multinazionali che vivono sullo sfruttamento di essere viventi, umani e non. Armi, cibo spazzatura, allevamenti intensivi, farmaci inutili e dannosi, fabbriche disumane. È un crimine dirlo? Se succedesse davvero ci sarebbe un potente reset del sistema. Sarebbe veramente così grave?

Ritornando alla realtà, uno scenario del genere non capiterà mai. Eppure ci si dimentica troppo spesso di come il lavoro, negli anni, sia cambiato. Le persone si devono riqualificare, tutto lì. Non mi pare che in molti si siano lamentati con la digitalizzazione delle foto, a parte le migliaia di persone che sono rimaste a piedi perché facevano parte della generazione analogica. Nessuno si è lamentato della digitalizzazione dei film e della musica, a parte le migliaia di negozi che vendevano CD e DVD. Perché nessuno si è indignato con Amazon, quando è approdato in Italia? Nessuno ha esclamato eh, ma se tutti facessero come te… Non sei stufo di giustificarti della tua vita miserabile cercando di abbassare il livello degli altri?

La felicità non sta nelle piccole cose e non è fatta di momenti

Sì, non mi sono sbagliato. La felicità non sta nelle piccole cose e non è fatta di momenti. Mi aiuto con le parole di Elena per cercare di spiegarmi meglio. […]Una delle cose che più sono cambiate nella mia vita credo sia proprio il concetto di piacere. Sono sempre stata una convinta sostenitrice del motto: “Le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, o fanno ingrassare”. Ma oggi penso che questa frase sarebbe potuta uscire tranquillamente dalla bocca di un infelice, o di un pubblicitario[…]. E ancora. […] Per esempio il piacere di comprare. Uno dei più diffusi nella nostra società. Quel piacere che nasce nell’attimo in cui si sta per acquistare qualcosa e spesso termina poco dopo aver messo mano al portafoglio. Una fregatura su cui non avevo mai riflettuto abbastanza.[…] Il centro commerciale è l’equivalente del negozio di giocattoli per i bambini, con un’unica diversità: ora siamo adulti e possiamo spendere come e in cosa ci pare e piace.

Questo piacere però non fa la vera felicità. La vera felicità non è fatta di momenti, ma solo cambiando la prospettiva, solo salendo sulla cattedra e guardando il mondo da un’angolazione diversa, questo nuovo concetto si riuscirà finalmente a palesare. Questa società non ci vuole felici. Una volta capito che essere sempre felici è possibile, che bisogno ci sarebbe nel comprarci altri brevi sprazzi di felicità?

Scendi dalla ruota

Concludo questa breve recensione, che in realtà è più un flusso di pensieri generati dalla lettura di Vivere senza supermercato, nello stesso modo in cui si conclude il libro di Elena. Ci ho pensato un attimo, inizialmente volevo riformulare il suo pensiero utilizzando le mie parole. Poi però ho deciso di lasciare le sue, perché forti, precise e ricche di significato. È inutile riformulare qualcosa di già esistente e che funziona benissimo così com’è.

Cosa significa licenziarsi da un buon lavoro in un momento in cui è già una fortuna averlo un lavoro, con un mutuo trentennale sulle spalle e un conto in banca tendente allo zero assoluto, solo alcuni coraggiosi (pazzi?) possono saperlo. Io sono tra quelli. Lo sono anche grazie a quest’avventura e lo affermo con un certo orgoglio. Vivere senza supermercato mi ha spalancato gli occhi e scombinato le priorità. Sono uscita dal circuito lavora, produci, guadagna, spendi, accumula, butta. Insomma, sono scesa dalla ruota (Vivere senza supermercato).

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