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Uscire dal ciclo della sofferenza: differenza tra dolore e sofferenza

Immagine Uscire dal ciclo della sofferenza: differenza tra dolore e sofferenza

Nessun principio consolatorio, nessuna illusione rincuorante, nessun paradiso dopo la morte, nessuna luce in fondo al tunnel… A differenza di molte altre religioni, correnti di pensiero o gruppi simili, nel buddismo non c’è speranza: la vita è sofferenza. È vero, tutto ciò che poi ne segue sono delle rivelazioni sul come trascenderla, ma si parte da questo presupposto, ed è un presupposto che può segare le gambe, specialmente a chi, insofferente, sta cercando qualcosa a cui aggrapparsi, a cui affidare un po’ del proprio dolore. Eppure quest’ultima frase, che potrebbe sembrare senza errore, ne contiene uno, perché c’è una bella differenza tra dolore e sofferenza. Questa è una distinzione essenziale da conoscere se si aspira a uscire dal ciclo della sofferenza eterno, dalla spirale che fa parte della vita dell’uomo.

C’è modo e modo di soffrire

Sembra impossibile estirparla del tutto, ma qualcuno (come nel buddismo) si prepone questo scopo finale. I caratteri più coriacei e induriti dalle sferzate della vita reputano delle semplici balle tutto ciò che viene espresso in questi termini. Tutte quelle manfrine sull’andare oltre la vita, sul superare la sofferenza ecc. Per loro la vita, inconsciamente, è una grande delusione, un meccanismo imperfetto, un qualcosa che era meglio non fosse mai avvenuto.

Come sono distanti dalla verità, a mio parere…

Soffrire è una delle esperienza umane più presenti, non intendo certo negarlo, ma c’è modo e modo di intendere la sofferenza. C’è modo e modo di soffrire, di rapportarsi ad essa, e tutto dipende dal tipo di persona che sei: se sei appunto una persona o un essere lungi da questo termine.

Siamo tutti cresciuti in un contesto dove la sofferenza è ritenuta un’esperienza normale, anche se al contempo, ci hanno sempre istruito su metodi per rifuggirla. Ci hanno fatto desiderare i balocchi e le esperienza di divertimento per calmare l’insofferenza. Si tratta di una lotta, combattere i tormenti e i patimenti col piacere. Ma lo sappiamo tutti, le esperienze piacevoli spostano soltanto l’attenzione momentaneamente. Fino a quando non la si comprende, la sofferenza sarà sempre il fondale della nostra vita.

È possibile uscire dal ciclo della sofferenza?

Anche se siamo stati istruiti a rifuggirla, abbiamo inconsciamente imparato a ritenerla una cosa normale. Negli anni ci siamo abituati a soffrire, ed ora pensare di non soffrire più per molti è ritenuto un dogma.

Uscire dal ciclo della sofferenza: differenza tra dolore e sofferenza - Punto 1

Punto 1: Rifiuto

Il primo problema che non permette di uscire dal ciclo della sofferenza è questo: il rifiuto. Il rifiuto è uno dei più grandi mali dell’uomo. Sì, il rifiuto, il porsi in modo violento di fronte a un’esperienza, che non significa evitarla, attenzione. Rifiutare è molto diverso dall’evitare. Qualcuno potrebbe dire, come anche fa il buddismo, che il vero male è il giudizio, da cui appunto prende vita il rifiuto, ma la nostra natura umana, che comprende corpo, mente e spirito è strutturata per giudicare. Tutti noi giudichiamo la realtà dalla mattina alla sera (anche i Guru più distaccati), ma anche in questo caso dipende da come si giudica.

C’è un modo di giudicare che ci dice: questo è buono per me e questo è male, e che ci rapporta al male in modo scontroso e al bene in modo bisognoso, drogante, e c’è il modo naturale di giudicare quando conosciamo noi stessi e dunque la realtà che ci è affine e quella che dobbiamo scansare, in cui si tende sempre al bene vivendo il male senza attrito. Se nel primo caso c’è rifiuto, contrasto e resistenza, nel secondo c’è conoscenza e accettazione.

Accettare la sofferenza è il primo passo, siamo ancora all’inizio

Il primo principio da comprendere è questo: trasmigrare da una situazione di rifiuto a una di accettazione, anche se fin da bambini siamo stati abituati a rifiutare le esperienze di sofferenza. Il primo passo verso la trascendenza è l’accettazione, ma qua si annida un rischio che solo in pochi hanno la consapevolezza di vedere.
Se l’accettazione diviene un atteggiamento meccanico allora sarà essa stessa un rifiuto mascherato da braccia che accolgono. Sarà un respingere che, esteriormente si presenza come un falso accoglimento. Se accettiamo perché così ci hanno detto i guru ma nel profondo non è un comportamento che ci viene naturale, allora sarà un rifiutare mascherato da accettazione. Infatti la sincera accettazione può renderci capaci di accettare qualsiasi cosa senza per forza ritenere giusta ogni cosa.

La questione è sottile, e abbisogna di un’argomentazione più estesa. Per dirla in breve, basti pensare alle correnti di pensiero in cui l’accettazione è il principio cardine, e dove questa è l’effetto di un pensiero preciso: tutta va bene così; questo è il mondo migliore che poteva esserci; tutto il male che c’è è necessario ad un bene futuro.

Ecco, secondo me, queste credenze sono i presupposti di un’accettazione falsa, che in realtà è un rifiuto celato. Se, come dicono certe corrente spirituali, esiste solo il qui e l’ora, perché assolvere i mali del mondo come una necessità per un evoluzione futura, per un salto quantico spirituale ecc. ecc. ?

Le crudeltà sono sotto gli occhi di tutti, e possiamo riuscire veramente ad accettarle quando riconosciamo la loro vera natura crudele, senza scusanti, senza pensare che devono esserci per poter vedere anche il bene. No! Il bene è la nostra natura umana, siamo tendenzialmente portati al bene. La cattiveria e le crudeltà indovinate da cosa prendono vita? Sì, dal soffrire, da quel ciclo di sofferenza in cui l’uomo sembra essere dannato.

Uscire dal ciclo della sofferenza: differenza tra dolore e sofferenza - Punto 2

Punto due: Non mi piace!

Come seconda cosa, nel porre l’attenzione sul rifiuto, e nel particolare, nel cambiare il rapporto con esso, possiamo renderci consapevoli di un altro aspetto abitudinario. Quando un’esperienza ci provoca dolore e sofferenza pensiamo non mi piace” Questo è naturale. Come ho detto, esistono esperienze che sono affini all’essere umano e altre che non lo sono, e vedremo dopo il perché dell’esistenza del dolore. C’è, però, da tenere in conto che in questi ultimi millenni abbiamo corrotto il luogo in cui viviamo e per effetto, abbiamo corrotto noi stessi. L’essenza di ogni cosa è stata modificata, e  di conseguenze sono state modificate tutte le esperienze, che non sono più quello che erano in origine. Quello che cerco di dire è che alcune esperienze sono malevole alla superficie, perché sono oggi molto lontane dalla loro radice, che in alcuni casi era benevola. Alcune esperienze quindi, che possono provocare sofferenza e vengono rifiutate, potrebbero invece essere adatte a noi. Questo succede perché non sappiamo comprenderle. Sto cercando di spiegare un semplice atteggiamento in merito al rifiutare le esperienze.

Provate a fare questo cambiamento in voi: sostituite il non mi piace col non comprendo. Credetemi, cambia tutto, anche se questa non deve divenire una credenza che si accosta all’errore spiegato precedentemente. Non deve divenire una scusante per tutte le crudeltà del mondo, ovvero: “queste cattiverie sono cattive perché non le comprendo”. No! Una cattiveria è semplicemente una cattiveria che non ci dovrebbe essere è che è frutto della sofferenza. Ecco l’articolo per comprendere al meglio la questione.

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Quello che cerco di dire è che la sofferenza corrisponde all’illusione: più siamo distanti dalla realtà e più soffriamo. Quindi un atteggiamento di rifiuto non serve a far cadere le illusioni e avvicinarci al vero. Al contrario, sostituire il non mi piace dunque rifiuto col non comprendo, è un atteggiamento che ci incammina verso la realtà più nitida, che è lontana dalla sofferenza.

Uscire dal ciclo della sofferenza: differenza tra dolore e sofferenza - Punto 3

Punto tre: Annullare il concetto di problema

Fino a quando possediamo il modo di intendere la vita e il mondo così come ci è stato comunemente insegnato, questa mutazione sarà improbabile. Il terzo punto ha sempre a che fare con questa caratteristica di rifiuto e attrito, e di mancata accettazione che non deve cadere nel passivismo. La normale evoluzione di un simile modo di vivere è lo scontro, come ho detto. Questo si traduce in vivere in modo problematico. Cosa intendo?

Per l’uomo normale d’oggi tutto è problematico, tutto. La vita viene intesa come qualcosa che va affrontata, AFFRONTATA! (Fate caso a quante volte questo termine viene ripetuto).

Ma il vero problema è questo, affrontare la vita al posto di viverla, capite? Partendo da questo presupposto tutto è difficile e tutto è problematico; e tutto, allora, deve essere combattuto, e tutto deve essere superato. È tutto così faticoso, difficile, angosciante… Questo rispecchia al meglio il mondo dell’illusione, dove tutto è separato senza la possibilità di una coesione. Non sono uno spiritualoide New Age fautore del motto tutto è uno, poiché unione e separazione esistono al contempo, ma questo atteggiamento di estrema parcellizzazione isola l’individuo. L’intendere la vita come una lotta per la sopravvivenza ci isola come individui. Questo è l’effetto dell’intendere l’intero mondo un problema, ma ancor prima, di intendere il problema come qualcosa di problematico. Si torna al punto precedente ricordi? “Non mi piace” con “non comprendo”.

Qual è il più grande problema dell’esistenza umana? Sicuramente trascorrere l’intera esistenza e risolvere problemi.

Se il problema non viene vissuto come qualcosa di problematico, allora si capisce che il problema non va risolto, non va superato, ma semplicemente vissuto, assaporato. Questo atteggiamento protratto nel tempo fa cadere lo stesso concetto di problema e tutte le illusioni che si porta appresso, comportamenti da guerriero annessi.

Punto quattro: L’enorme differenza tra dolore e sofferenza

Ed ora arriviamo al quarto e ultimo punto. Non vorrei definirlo il più importante, ma oggi come oggi si tratta di un’incomprensione molto in voga. C’è da capire che esiste una bella differenza tra dolore e sofferenza, non sono assolutamente la stessa cosa, non sono parenti stretti e nemmeno alla lontana.

Per qualcuno potrà essere una disorientante rivelazione, ed è proprio così. Quando i vetri illusori cadono fanno sempre un gran fragore. Il dolore prende vita dai millenari meccanismi della natura, esso esiste dagli albori della vita, al contrario della sofferenza. Il dolore è un’esperienza utile, che nel suo linguaggio primordiale, serve a farci imparare cosa per noi è bene e cosa è male. Cosa apprezzare e cosa evitare. Senza dolore la sopravvivenza sarebbe impossibile. Le radici del dolore sono radicate nel mondo naturale, mentre quelle della sofferenza lo sono nel mondo umano, quello artificiale.

La metafora del cuore

Sia l’esperienza del dolore quanto quella della sofferenza sono due esperienze che non ci piacciono, ma la differenza è sostanziale. Se il dolore è come uno spillo che trafigge il cuore, la sofferenza è una ramificazione spinata che lo ingabbia. Attenzione, molta attenzione!

Sia lo spillo che le spine fanno male al nostro cuore, ma cosa succede quando andiamo ad agire direttamente? Quando la nostra mano afferra lo spillo, una volta che abbiamo capito come fare, ci riesce senza problema. Questo viene estratto e non c’è più dolore. Ma cosa succede quando cerchiamo di estirpare le ramificazioni spinate della sofferenza? La mano viene a sua volta ferita, più cerchiamo di togliere le spine più feriamo il cuore e la mano, e ancora una volta il sangue è protagonista della vita degli uomini.

Con questa metafora volevo rappresentare un concetto che non è per nulla complicato. Ho voluto usare questo tipo di immagini in modo che questo concetto non venga dimenticato, poiché uscire dal ciclo della sofferenza è uno degli scopi di tutti, seppur inconscio.

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La differenza tra dolore è sofferenza è palese se si conosce la differenza delle loro radici. Il processo del dolore fa in modo di renderlo più improbabile nel futuro. Quando proviamo dolore per una caduta, impariamo come non cadere più. La sensazione del dolore serve a darci quella scossa che ci rende presenti alla situazione, e che salda in noi l’esperienza e il modo per non cadere più. Impariamo come togliere lo spillo per non provare più il dolore di essere trafitti. Non è un’esperienza di certo piacevole ma solitamente dura poco.

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Una spirale interminabile: soffrire è sprecare la vita

La sofferenza invece incatena alla sofferenza, abitua alla resa, alla speranza passiva. È l’anticamera della depressione e di rappresentazioni illusorie del mondo e della vita. La sofferenza non è frutto delle mani della natura ma di quelle dell’uomo, che hanno costruito uno stile di vita inumano. Il ciclo della sofferenza non si conclude mai (se non, forse, alla morte) fino a quando non si comprende questa sostanziale dissonanza col dolore.

Nella caduta non soffriamo, proviamo dolore fisico, mentre quando sentiamo di non poter essere liberi, di non poter vivere la vita come profondamente desideriamo, di non essere realmente amati, di non poter amare liberi da restrizioni ecc. allora soffriamo.

Anche la sofferenza può essere utile al principio, a patto che la fragilità non prenda il sopravvento per trasformare l’individuo in un essere traumatizzato e spaventato, ma solo al principio. Quando tutta la vita è pervasa dalla sofferenza allora è una vita sprecata.

In primis va compresa, non rifiutata, l’unico modo per trascenderla e comprenderla. E a questo scopo sono molto utili le considerazioni fatte finora (nel particolare la differenza tra dolore e sofferenza). Ma per cominciare a conoscerla non deve essere respinta. Come si può conoscere qualcosa che respingiamo? La risposta naturale è accoglierla, assaporarla, fare nostro quel ciclo interminabile, entrarci dentro, scoprirne gli ingranaggi, viverne ogni aspetto. Questo è il modo per trascenderla, e per non sprecare l’opportunità di essere al mondo.

Siamo vivi, e non c’è niente di meglio.

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