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Sono infelice, ma solo dall’infelicità posso tornare felice

Immagine Sono infelice, ma solo dall’infelicità posso tornare felice

Sono infelice perché non so cos’è la felicità. Sono infelice perché credo di sapere cos’è la felicità, perché posseggo convinzioni distorte sulla felicità. Le motivazioni dell’infelicità sono molteplici, molto varie, ma hanno tutte un’unica radice: la costrizione ad una vita inumana. Oggi analizzeremo alcuni di questi motivi.

Come trovare una cosa che già si possiede?

Molti non vanno d’accordo col termine “felicità”, per ovvi motivi. In particolare perché da secoli hanno affibbiato a questo termine delle sensazioni e delle emozioni che poco o nulla hanno a che vedere con la felicità. Tutta la mole di informazioni fallaci, tutte le volte che ci hanno insegnato a chiamare “felicità” ciò che le poteva al massimo somigliare, ci ha allontanato da essa. Man mano che ci insegnavano e ci costringevano a vivere in modo “civile” (adatti alla società moderna che si è estraniata dal mondo naturale, dichiarandogli addirittura guerra), ci istruivano su cosa un giorno poteva renderci felici, dimenticando che noi lo eravamo già.

Man mano che diventavamo grandi le pubblicità ci trapanavano la mente: sarò felice se mamma mi comprerà quel giocattolo. A scuola, si poteva raggiungere la soddisfazione di fine anno nel momento della promozione. Altrimenti, vergogna, tristezza, derisione, punizione. Nell’adolescenza questa fantomatica felicità veniva traslata al gruppo, ai rapporti amorosi: sarò felice solo se sarò accettato in quel gruppo, solo se la mia squadra vincerà il campionato, solo se lei o lui si accorgerà di me.

Da adulto, sarò pienamente felice e realizzato solo se troverò il lavoro dei miei sogni, solo se avrò realizzato il mio desiderio di comprare casa. Ma quei sogni sono i medesimi capricci di quando eravamo bambini. Se nell’età della spensieratezza la brama del piccolo desiderio innescato dalle mode sociali poteva durare al massimo qualche giorno, da adulti può protrarsi per il resto e della vita. Rischiando di buttarla via in obiettivi che forse non sono nostri. Cosa che può di certo renderci tristi, abbatterci nella psiche.
Che posso pensare di me stesso se non riesco a realizzare i miei sogni? Cosa posso pensare del mondo?

Sono infelice, ma solo dall’infelicità posso tornare felice

Sono infelice perché non credo nella felicità

Eppure era già dentro di noi… come abbiamo fatto a perderla? L’abbiamo persa perché ci siamo adeguati giorno dopo giorno a un modo di vivere fuori da ogni logica. Questo percorso porta le persone al cinismo, alla scontentezza, alla malinconia dei tempi passati, sofferenza, angoscia, sfiducia nella vita, nel futuro (il futuro percepito crea istantaneamente il proprio presente). Questo stato d’animo infelice non può far altro che trasformare la realtà, distorcerla. La vita sarà allora un’angoscia, una battaglia da vincere.

Un giorno, perciò, concretizzeremo al nostro interno un pensiero venefico: non credo nella felicità, la felicità non esiste, è solo una favoletta per bambini. Possiamo essere felici solo per qualche secondo, un paio di volte all’anno, il resto è sofferenza.

Non conoscere la felicità non significa non averla conosciuta

Eppure felici lo siamo stati tutti, ma non ne eravamo consapevoli. Se il modello di adulto normale non conosce la felicità, e anzi, possiede convinzioni false su di essa, il bambino che tutti siamo stati era felice, perché è lo stato naturale dell’uomo, ma non avendola ancora persa non poteva essere consapevole dello stato di felicità. La perdita della felicità ci rende consapevoli della felicità. L’incredibile meraviglia della vita consiste nell’essere sicuri della costante presenza della felicità quando e se viene riacquistata. Che prove ho per dire questo? Quasi nessuna, solo esperienza personale, che auguro anche a te.

Oggi sono infelice, domani potrò essere felice? Al massimo posso sperare, pensa l’adulto, ma sperare è una di quelle azioni/pensiero che annulla l’azione stessa. È una vita di speranza, di aspettative che difficilmente può presentare le possibilità di ritrovare la felicità. Ma abbiamo già conosciuto la gioia, possediamo una speranza intrinseca di ritrovarla, il ricordo di quell’esperienza non ci lascerà mai. Tuttavia non basta.

C’è paura nella felicità?

Può esserci paura nella mente di una persona felice? Certo, se una persona realmente felice, mentre cammina per strada, viene attaccata da un gruppo di rissaioli ubriachi, ha paura e cerca di darsela a gambe. Ma quella di cui voglio parlare ora è un altro tipo di paura, quindi non legata alla sopravvivenza, ma che interessa l’ansia ininterrotta che fa da fondale al mare (il proprio quotidiano).

Può esserci allora questo tipo di paura in una persona felice? Io non credo. Non troverai nell’uomo felice la paura del futuro, paura di non farcela, paura di non arrivare a fine mese, di non essere piacente agli altri. Le riscontrerai nel tipo d’uomo che, di tanto in tanto, pensa non sono felice!

La paura affiora dall’incertezza, e l’incertezza si manifesta dove manca l’esperienza. Le persone infelici hanno paura del loro futuro per la caratteristica d’incertezza che possiede, perché siamo stati cresciuti a pane e sicurezze (spesso illusorie) e ci siamo distanziati dalla ludica imprevedibilità che è sparsa nel mondo naturale. Il mondo dell’uomo al contrario è “ordinato”, incasellato, ad un fatto corrisponde una risposta immutabile, ad una stanza uno scopo preciso…

Quando queste sicurezze si realizzano, scopriamo che non ci rendono veramente felici. Quando invece non si realizzano, ci convinciamo che il mondo non gira come vorremo, ma come vuole lui.

Se la paura deriva da incertezza e quindi mancanza di esperienza, nella vita di una persona gioiosa non si può scorgere nemmeno una briciola di questo timore ansioso. Perché la persona felice è energica, desiderosa di vivere; e vivere significa fare esperienze. Esperienze nuove, diverse, vivere fino in fondo, assaporare in totalità le abitudini, ma anche trascenderle per non fossilizzarsi in esse. Non può allora esserci mancanza di esperienza in una vita felice, perché una vita felice è piena, dalla mattina alla sera. Non può dunque esserci senso di incertezza, o se ce n’è qualche barlume, viene goduto per il suo principio positivo di imprevedibilità, di scoperta. Non può allora, come abbiamo visto, esserci paura.

Sono infelice - Fede nella vita

Fede nella vita

Se non sono felice posso produrre solo un futuro grigio, al massimo lineare e noioso. La noia come massima aspirazione, che qualcuno scambia per serenità. Il grande vuoto che permane negli antri dell’uomo, però, viene percepito anche in assenza di problemi e in una vita colma di distrazioni e divertimenti. La persona comune e non soddisfatta della vita presente, non ha fiducia nella vita, possiede la speranza di una felicità lontana, ma non crede affatto nella felicità, perché ogni giorno fa esperienza di infelicità. La persona felice ha fede nella vita, perché ogni giorno fa esperienza della vera vita. Ma di che fede stiamo parlando?

Non è una fede cieca, ma una fede derivata dalla somma delle esperienze. Non è una fede dogmatica, perché nel momento in cui si torna al presente, ci si riscopre calmi, felici. Questo stato è immotivato, è naturale, e rende questa fede verso la vita, verso il futuro se lo vogliamo. La felicità è maestra, avvicina a una percezione più chiara della realtà, si giunge alla radice, si discerne il male dal bene. Si accettano il male e il bene, ma solo quando li si comprende, se ne vede la loro origine, si può decidere in quale direzione andare.

Il segreto della vita perfetta è non commettere nessuna forma di violenza verso se stessi, gli altri esseri, e l’ambiente in generale.

In compagnia di persone infelici

Riscoprirsi felici può avvenire in meno di un secondo, anche se lo considero un avvenimento meno probabile rispetto al riaffiorare di questo stato per mezzo di un percorso più lungo. C’è da dire, poi, che anche quel momento istantaneo è stato preceduto da un certo tipo di percorso empirico più o meno breve. Di questo percorso abbiamo già parlato molto, specialmente nella serie Radice. In due parole, questa tratta di fuggire dall’artificiale illogico per avvicinarsi a una vita più umana. Ma la radice è solo l’inizio. Per dirla in breve, la spiritualità del marketing ha fallito, poiché parla di crescita andando contro a quelli che dovrebbero essere i veri principi spirituali. Nei tempi attuali invece si dovrebbe concentrarsi più sulla pratica e meno sulle favole, più sulla Decrescita spirituale che sull’accumulo.

Prendiamo a esempio il contesto sociale comune. Ogni giorno siamo a contatto con centinaia di persone, e ne veniamo influenzati nei pensieri e nei modi di fare, volente o nolente. Non c’è modo di schermarsi, credimi! E dato che il popolo rappresenta per filo e per segno l’individuo infelice di cui finora abbiamo parlato, la probabilità di vestire i panni di questo soggetto è vicino al 99%. In una società di persone tristi è molto improbabile divenire nuovamente felici. All’interno del mondo umano ci si sente spesso soli e incompresi, invisibili, non riconosciuti. Perciò prendono vita tutte le nostre parti egoiche, sotto-categorie della propria parte creata, che è differente dalla propria parte innata (che non viene plasmata dal mondo materiale).

Distinguere le pratiche innaturali del mondo umano e abbandonarle, questo significa evadere dal mondo umano per andare verso quello naturale. Altrimenti una vita felice sarà molto, molto improbabile. Immagina cosa può prendere vita da una comunità di persone realmente felici. Ci riesci?

Articolo consigliato: Come si può essere felici? Attraverso i (veri) rapporti con gli altri

Un circolo da cui è difficile uscire

Come ho spesso comunicato, lo stato d’animo che possediamo nel nostro quotidiano è la chiave del cambiamento. Menate sulla forza di volontà servono solo ad esaltarci per qualche ora. Se lo stato d’animo è la chiave del cambiamento, per far si che questo sia sempre gioioso e costruttivo, è richiesta energia vitale. Anche di questa energia abbiamo scritto molto, l’abbiamo spiegata in tutte le salse, e non abbiamo ancora finito! 🙂

Come ho detto, viviamo in una società artificiale, dove lo stile di vita fa evaporare questa energia come acqua nel deserto. La società è un deserto arido, fuori dalle regole desertiche possiamo dissetarci di energia.

È divenuta invece normale la stanchezza, fa parte del pensiero comune, della nostra cultura. Essere stanchi è la prassi, privi di spinta creatrice. Il rifiuto per le esperienze nuove è più facile, perché per andare oltre le abitudini è richiesta energia. Niente esperienze nuove, meno esperienza in generale, più ottundimento mentale. Meno esperienza, più insicurezza e incertezza. Più incertezza e più paura. Più paura e meno possibilità di essere realmente felici. Qui si chiude il cerchio: più paura, minor probabilità di buttarsi in nuove esperienze. Il tutto, anno dopo anno, ci fa tendere alla rassegnazione: rassegnarci alla vita normale e insoddisfacente. Sono infelice, ma che ci posso fare, la vita è questa.

Abbracciare modestamente una piccola felicità, questo lo chiamo “rassegnazione”. E intanto occhieggiano di sbieco verso una nuova piccola felicità (Nietzsche).

Al principio era l’infelicità

Se una vita insoddisfacente ci fa perdere fiducia in una possibile esistenza della felicità, essere infelici e consapevoli è l’unico modo per tornare nella gioia. Non è da un’apatica noia e dallo statico permanere delle cose, delle proprie azioni che si può tornare a essere felici. L’infelicità, se viene vissuta, assaporata mentre gustiamo la nostra esistenza presente, la possibilità di poter sentire tutto questo, è la forza che spinge verso la felicità. L’infelicità è propedeutica alla felicità. Ciò che è fantastico è la differenza che si interpone in questo percorso, perché dall’infelicità si può divenire felici, ma dalla felicità è impossibile tornare ad essere infelici.

Se questo discorso ha confermato l’aspetto generale della tua vita, siamo molto contenti del tuo stato di felicità, perché una spronata, una rassicurazione in più fa del bene a chiunque, anche ad una persona felice. Ma il Project Excape non racconta favole, o ciò che l’individuo medio vuole sentirsi dire.

Nella lettura di questo post molti percepiranno una forte distanza da queste informazioni, dove similitudini e gli esempi comuni saranno più vicini a un tipo di vita infelice. Ammettere di essere infelice, accorgersi anche solo di esserlo può essere fastidioso, specialmente se è un’altra persona a farcelo notare. Ma questa consapevolezza è la più grande opportunità per essere felici. Puoi scegliere se accrescere un sentimento di inferiorità, di commiserazione, di rifiuto, scaricare la responsabilità sullo stato, sugli altri… Oppure puoi servirti della forza dell’infelicità per catapultarti verso una vita felice.

Una delle migliori affermazioni che un uomo può ammettere è “io sono felice”. La seconda è: “io sono infelice”.

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