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Silence di Martin Scorsese: il significato del silenzio

Immagine Silence di Martin Scorsese: il significato del silenzio

Silence di Martin Scorsese è uno di quei film che ti parla al cuore, ma lo fa in punta di piedi, quasi in silenzio, o forse completamente. Sì, i messaggi linguistici che si possono ascoltare durante il film sono molti, e molto acuti, ma è necessario che i messaggi maturino. È indispensabile una riflessione postuma alla visione, oltre le scene crudeli e la magnifica regia di Scorsese, che riesce tanto bene nel sorreggere il significato quanto a nasconderlo; una riflessione che può trovare le risposte solo nel silenzio.

Posizione storica

Il film è ambientato nel Giappone feudale del 1600, e vede come protagonisti due padri gesuiti. La coppia chiede ai propri superiori di andare alla ricerca dello stimato e più famoso padre Ferreira, dato per disperso da molti anni, permesso che viene concesso. Il contesto è dunque religioso. Da una parte abbiamo la penetrazione del Cristianesimo in una terra poco conosciuta, dall’altra il Giappone, chiuso in se stesso e nella propria cultura. Cultura che non esce dalle proprie origini, dato i pochi contatti con l’esterno, pur spaziando dal Buddhismo giapponese con le sue varie scuole, allo Scintoismo, al Bushido dei samurai…

Se da una parte abbiamo gli imperterriti missionari, desiderosi di diffondere la loro fede, dall’altra si contrappone lo stato del Giappone, che vedeva un pericolo in questo tipo di religione occidentale.

Lo spirito giapponese

Una delle prime domande doverose, trattandosi di una pellicola che ricalca fatti realmente accaduti, è come abbia fatto una religione come il Cristianesimo ad attecchire in un paese così diverso. Un paese immerso in secoli di battaglie sanguinarie, dove le decapitazioni, le strategie di guerra, le vendette, gli assassini erano all’ordine del giorno. Secondo me le motivazioni possono essere riassunte in quattro punti:

Qualcosa di nuovo in cui credere. L’uomo, dotato di curiosità e di spirito di avventura, esplorazione ecc. ha sempre avuto l’innata propensione di credere in qualcosa. Quando si presenta qualcosa di nuovo, di diverso, molti ne sono attratti. I caratteri più aperti e meno fossilizzati nelle tradizioni dogmatiche, sono più portati a scorgere il fascino delle culture estere, o in qualsiasi modo diversa dalla propria.

Spirito di sacrificio. Lo spirito di sacrificio giapponese è ben conosciuto da chi ne conosce anche in modo non approfondito la cultura. Prendiamo a esempio l’icona classica del periodo feudale giapponese: il samurai. Si può dire che lo spirito di sacrificio del guerriero samurai, dedito al suo signore, abbia trovato terreno fertile per potersi esprimere in una religione quale il Cristianesimo. Gesù come sostituto del signore, del Daimyo. Obbedienza e servitù verso il proprio signore, che un giapponese non samurai poteva trasporre in Gesù.

Una promessa salvifica. La promessa di salvarsi dopo la morte, dopo tutte le sofferenze patite. Nel contesto orientale il trapasso viene visto in modo molto diverso dal nostro. Il concetto di anima divisa dal corpo non è preciso come da noi, e non è nemmeno molto presente. Non si è portati a credere a una vita dell’anima dopo la morte, ma al ritornare un tutt’uno con l’universo. La promessa di una continuazione della vita, del proprio essere, anche se non più terreno, può essere una proposta allettante e fascinosa.

Confessioni. Altro aspetto goloso di attenzioni è la confessione, pratica sconosciuta in oriente. La possibilità di poter raccontare le proprie debolezze e far venire alla luce le proprie colpe in una cultura così fiera come quella del Giappone feudale, può essere una delle cause. Una cosa molto difficile se vista da un lato, ma altrettanto semplice nella sua risoluzione. Ovvero: basta soltanto raccontare i propri peccati e pentirsi per liberarsi dalla colpa, e soprattutto dai loro effetti nocivi. Tuttavia il pentimento sincero inteso dal Cristianesimo non dev’essere stato uno dei concetti più facili da far comprendere, specialmente in questo caso dove i simboli, i linguaggi e le tradizioni erano così differenti.

Attenzione SPOILER

Prima di leggere il seguito del post, dove analizzeremo i punti centrali del film da un punto di vista filosofico, soffermandoci più volte sulle parole del protagonista (e del vero protagonista) fai attenzione, ci saranno molti spoiler. Se non vuoi precluderti una visione totalmente vergine del film, ti consiglio ti tornare su questo articolo in un secondo momento.

I due protagonisti iniziali, Padre Rodriguez e Padre Garrupe si inoltrano silenziosamente nel paese del sol levante per due scopi, trovare Padre Ferreira e diffondere la fede. Kichijiro, uno sciatto giapponese dai modi barbari, li aiuta a nascondersi dai persecutori dopo averli guidati nel suo paese. Dopo poco tempo però, i due preti vengono scoperti, e così i loro fedeli giapponesi che si proclamano cristiani.

La decisione centrale del film

Garrupe e Rodriguez, dopo essere stati testimoni delle sofferenze inumane dei loro fedeli sono costretti a dividersi. Da questo momento in poi seguono le vicende di Rodriguez. Quegli uomini sono morti e hanno sofferto sia per proteggere i due preti sia per non rinnegare la propria fede. La scena in cui vengono crocifissi e messi sul mare ad annegare lentamente, è una delle più significative del film. In questo, secondo me, è rappresentato il sublime spirito di sacrificio giapponese trasposto nella fede cristiana.

Comincia così il travaglio del protagonista, il quale cerca di destreggiarsi al meglio in una morsa impietosa. I dubbi riguardo la propria scelta aumentano, poiché la scelta si rivela essere in qualche modo errata e sofferta in entrambi i casi.

Il padre viene continuamente esortato a rinnegare la sua fede dai persecutori, che conoscono molto bene la filosofia cristiana e il modo cattolico di ragionare. Il mezzo che viene usato è la tortura, non diretta, cioè sul padre stesso, ma verso i suoi fedeli. Così, Rodriguez si trova a dover optare per la salvezza dei propri compagni a discapito della rinuncia totale alla sua fede, oppure nel rimanere sulle proprie posizioni ma continuare ad essere testimone delle atrocità compiute sui cristiani.

Da buon cristiano che si rispetti cerca affidamento nel signore, facendo uso dell’unico strumento di contatto tra Dio e l’uomo: la preghiera. Una comunicazione, una richiesta d’aiuto, di un segno, quale via da seguire. Il silenzio di Dio però, non può che farlo cadere ancor più verso le proprie tenebre, verso l’insicurezza, il dubbio di essere veramente solo.

Dio ascolta? Di sicuro non risponde (Padre Rodriguez).

Caduta verso gli inferi

Queste prime avvisaglie le troviamo nei suoi primi colloqui con Dio, dopo essere giunto in terra nipponica:

Perché Dio hai scelto loro per portare questo fardello? Come faccio a spiegare il suo silenzio a questa gente che ha sofferto così tanto per lui, io stesso ho bisogno di tutte le mie forze per comprenderlo (Padre Rodriguez).

Se un padre gesuita come Rodriguez, cresciuto nell’amore e nella compassione cristiana, ammaestrato dagli scritti, dai precetti, dall’esempio dei mentori prima di lui (tra cui Ferreira), fa fatica a sopportare il silenzio del signore, come potrebbe riuscirci un orientale, nudo d’esperienza cattolica? Ma non è forse questa fame di Dio, di un Dio più umano, più simile a noi, che può essere fonte di forza? Non è forse la mancanza di noiosa abitudine e faticosa tradizione quotidiana a poter spingere così oltre l’inumana sopportazione? L’esperienza nuova è meno consolidata in noi ma possiede più potere fascinoso, c’è ancora tutto da scoprire.

La sofferenza dei fedeli però, come la gravità, attira padre Rodriguez sempre più in basso, verso gli inferi.

Il peso del tuo silenzio è terribile, prego ma mi sento sperduto; o sto solo pregando al niente: niente perché tu non ci sei? (Padre Rodriguez)

La fede vacilla sempre più

Più il film di Scorsese procede verso la conclusione, più possiamo notare l’incespicare di Rodriguez e la totale sottomissione dei giapponesi cristiani al suo giudizio. Se da parte il prete vacilla, è insicuro, c’è una caduta verso la depersonalizzazione, dal punto di vista dei fedeli osserviamo una fede inattaccabile, una fermezza e convinzione rispetto le parole del prete che non vacilla, anche quando sono costretti a sopportare torture verso sé o verso i propri cari. Con ciò il missionario portoghese sembra essere sempre in torto, sempre poco utile, poco pratico nel suo cercare Dio e non ottenere risposta.

Perché quando guardo nel mio cuore, le risposte che do loro sembrano così deboli? (Padre Rodriguez)

Uno degli episodi esemplari di questo prosieguo lo si vede quando i funzionari dell’inquisitore ordinano ai cristiani giapponesi di abiurare, rinnegare la propria fede calpestando uno dei simboli del culto cattolico. Prima ancora della divisione, Padre Garrupe consiglia ai cristiani di calpestare il simbolo e salvarsi la vita, mentre Padre Rodriguez suggerisce di non calpestarlo.

Martin Scorsese, per mezzo di questa spaccatura, apre una speculazione che va oltre Silence come mera pellicola cinematografica. Difatti l’evento può evidenziare una metafora che abbiamo nell’interpretazione reale della religione. Quanto si è parlato di religioni nella storia dell’uomo, quanto si è discusso delle diverse interpretazioni? Come si può giungere a due conclusioni totalmente contrastanti pur facendo parte dello stesso credo religioso? Come può un prete consigliarti di abiurare e l’altro di non farlo? Ma il religioso, così come il non religioso che si trova a dover prendere una decisione che contrasta i propri principi morali, conosce bene questa sensazione. Tutti noi nella vita abbiamo vissuto esperienza simili.

Bhudda VS Dio Cristiano

L’ennesimo smacco al prete protagonista di Silence avviene in una scena dai contenuti molto acuti, che non può che portare all’applauso per il lavoro di Martin Scorsese. Chapeau.

Una delle guardie dell’inquisitore, l’uomo incaricato di scortare Rodriguez, intesse un interessante dialogo col prete, dove sembra uscirne vincitore indiscusso. Il padre gesuita tenta di spiegare le ragioni della propria fede e i suoi caratteri, le motivazioni del perché deve insegnare la verità e il perché ritiene che essa sia la verità. Ma il modo di pensare giapponese è completamente diverso, la differenza di comunicazione e di rappresentazione interiore delle parole, dei simboli, hanno origini estranee l’una dall’altra.

Solo un cristiano può vedere i Bhudda come uomini, il nostro Bhudda è qualcosa che ogni uomo può diventare, qualcosa più grande di se stesso, se sa sconfiggere le proprie illusioni. Ma voi vi aggrappate alle illusioni, e le chiamate fede (Il funzionario dell’inquisitore).

Il protagonista - Silence di Martin Scorsese

Il vero protagonista del film

La visione di Silence ha di certo illuso più di uno spettatore a credere che il protagonista fosse Padre Rodriguez. Ma il vero protagonista del film di Scorsese è Kichijiro. Sì, Kichijiro, quel buffo ometto che aiuta i due gesuiti a entrare in Giappone.

Durante il film si viene a scoprire che Kichijiro era stato cristiano, ma anche che aveva già tradito Dio quando abiurò, al contrario di tutta la sua famiglia, che venne trucidata sotto i suoi occhi. Quando Rodriguez, da poco giunto tra i cristiani giapponesi, distribuisce i rosari, Kichijiro non lo accetta, poiché non si sente meritevole di essere cristiano. Decide in seguito di confessare le sue colpe per tornare ad essere considerato tale.

Poco dopo, però, si torna a presentare la stessa situazione. La scelta è sputare su un simbolo cristiano, una croce, così da salvarsi la vita, o morire per la propria fede. E come in passato, sceglie di rinnegare il credo per salvarsi la pelle.

Dov’è il posto di un uomo debole in un mondo come questo (Kichijiro).

Prima che canti il gallo, mi rinnegherai tre volte

Il numero delle volte che Kichijiro tradisce il proprio credo potrebbe rivelare un parallelismo metaforico con la figura del Giuda cristiano, perché commetterà un terzo peccato. Dopo essere stato minacciato tradirà Padre Rodriguez, che verrà catturato e da qui il suo martirio. Cercherà però più volte di comunicare col padre, implorando perdono e una confessione, affermando di non averlo mai tradito per denaro.

Questo susseguirsi di tradimenti e la facilità nel compierli metterà a dura prova il giudizio che Rodriguez ha nei confronti di Kichijiro, ritenendolo soltanto un disgraziato senza volontà. Eppure sorge un dubbio: perché a ogni rinnego della fede, il giapponese torna imperterrito sui suoi passi, si pente e chiede perdono, non vuole mai gettare totalmente la sua fede? È debole, ha paura di soffrire e di morire, da anni è testimone delle sofferenze altrui… nonostante ciò cammina sempre sul filo del rasoio, rischiando spesso il collo. Ma calpestare il proprio credo gli riesce così facile, potrebbe pensare qualcuno. E se invece fosse l’unico a possedere veramente una fede inamovibile per quanto potrebbe sembrare ballerina? Che sia l’unico a non aver confuso e trasposto la fede in Dio con la fede verso tavolette sacre, crocifissi e simboli senza alcun valore?

Silence di Martin Scorsese: perché il protagonista sei tu?

Kichijiro quindi non è la trasposizione del Giuda cristiano in un protagonista giapponese, come una visione superficiale potrebbe portare a pensare. Kichijiro e le sue vicende rappresentano tutti noi e le nostre vicende. Il vero protagonista è Kichijiro, anzi sei tu.

Rappresenta il cammino – che sia religioso, morale o spirituale – di qualsiasi uomo. Tutti noi durante la vita siamo chiamati a delle scelte che riescono ad avvantaggiarci in qualche modo ma che contrastano con i nostri principi o credo, che sia di tipo religioso, spirituale o etico. Di tanto in tanto siamo chiamati a queste decisioni, e Kichijirò rappresenta al meglio la paura, l’insicurezza, la fragilità umana, la codardia quando giunge il momento pratico. Ma anche la perseveranza, il coraggio di tornare nuovamente sui propri passi, la fede in qualcosa di più grande che ci dona forza, la forza che ci avvicina per l’ennesima volta a guardare le più grandi paure in faccia.

Kichijiro rappresenta in tutto e per tutto le vicende della nostra vita. Siamo senza lavoro da mesi, abbiamo una famiglia da mantenere, ci siamo fatti in quattro fino a quando un’azienda ci ha fatto una proposta di lavoro. La paga è allettante, ma scopriamo che l’azienda è responsabile dell’inquinamento delle falde acquifere della zona, e che probabilmente è responsabile di molte malattie dei residenti. Allora cosa scegliamo, rinneghiamo la nostra morale e accettiamo l’offerta? La nostra famiglia ha prima di tutto bisogno di sopravvivere. Oppure rifiutiamo di prendere parte a quell’azione mortifera rischiando di far morire di fame i nostri cari?

Salvare gli altri e perdere se stessi

Verso la fine di Silence Martin Scorsese, il regista eclettico dai mille volti artistici, giunge al punto cruciale dell’intera questione. Rodriguez è rinchiuso e sempre più sofferente. L’inquisitore lo ha fatto incontrare con Padre Ferreira, il quale rivela la propria apostasia. Ora il suo nome è Sama no chuan, ha una moglie e un figlio giapponese, e sta scrivendo un testo che svela gli inganni della religione cristiana.

Rodriguez è scioccato, le parole di Ferreira sono ben ponderate, non sembrano essere quelle di un voltagabbana che ha rinnegato la propria fede. Sono molto convincenti, perché indicano che la strada più difficile da scegliere è anche quella giusta. Un ennesimo colpo che fa vacillare la fede di Rodriguez, che in precedenza ha pure dovuto sorbirsi la morte dell’amico padre Garrupe, spirato in mare per tentare di salvare alcuni fedeli costretti ad annegare.

L’inquisitore è sicuro che quella stessa sera il prete abiurerà. Appende alcuni cristiani a testa in giù all’interno di un minuscolo pozzo, e gli fa incidere un piccola ferita alla tempia, in modo che il sangue non affluisca alla testa portando il malcapitato a una morte lenta e sofferta. Il prete sente i lamenti, gli viene rivelato il macabro spettacolo, mentre Ferreira lo esorta a salvarli. Dipende tutto da lui, gli dice, come credi di mettere fine alla loro sofferenza, pregando?

Lui stesso si è trovato nella medesima situazione, e ha scelto la concretezza, ha scelto di salvare gli altri per perdere se stesso.

L’atto d’amore più doloroso

Salvare gli altri rinnegando la propria fede, o rimanere fedeli al credo condannando gli altri? Rinunciare a se stessi, a tutto ciò che si pensava vero, a tutto quello che finora si era compiuto nella vita, o restare solidi e far morire i propri fedeli sotto i propri occhi?

Questa sera commetterai l’atto d’amore più doloroso della tua vita, questo messaggio di Ferreira sarà l’ultima goccia, l’ultimo squilibrio che porterà Rodriguez a calpestare il simbolo cristiano, e a disperarsi per il suo gesto.

A fine film, vediamo ancora una volta Rodriguez e Kichijiro assieme, dove quest’ultimo chiama“Padre” il portoghese ormai apostata, e gli domanda una confessione per il perdono del suo tradimento. A quel punto si scopre che il prete, pur avendo abiurato in gran platea, non aveva mai smesso di credere, la fiammella della fede era sempre rimasta accesa al suo interno.

Signore, ho lottato contro il tuo silenzio, ho sofferto con te, non sono mai stato silente. Anche se Dio è stato silente per tutta la mia vita, fino a questo giorno, tutto ciò che io faccio, tutto ciò che ho fatto, parla di lui. È stato nel silenzio che ho sentito la tua voce (Padre Rodriguez nell’ultima confessione a Kichijiro).

Tutti noi siamo in qualche modo dei peccatori per le visioni religiose, ma come Kichijiro, una forte fede può renderci la forza divina che va oltre l’uomo. Il potere di rimetterci in piedi, di tornare sui nostri passi, anche dopo l’esperienze più sofferenti e difficoltose.

Tuttavia come si può a credere in qualcosa di così labile, intangibile, silente? Come si fa a crede in una “creatura” così silenziosa quale Dio?

Il significato del silenzio

La fede, ovvero credere in assenza di prove è una delle peculiarità che caratterizzano l’essere umano. Col movimento scientifico materialista questa sta andando via via perdendosi, nonostante ciò, quante volte abbiamo creduto ciecamente a un nostro sentire interiore, privo di prove logiche? Quando volte abbiamo dato peso all’intuizione che raramente si presenta? Perché non c’è troppo spazio per i ragionamenti nella fede, la fede è immediatezza, così come l’intuizione. Che la ricerca di una fede e di prove che la avvalorino servano a dar vita a un sincero rapporto con se stessi?

Che il tutto sia indispensabile al confronto con noi stessi, in modo da capire che tipo di persona siamo? Se siamo dei peccatori costanti, oppure dei granitici monti che rispettano i propri valori. Se siamo dei vigliacchi, che al momento dell’azione concreta si tirano sempre indietro. Se siamo così deboli da perdere ogni qual volta, ma così forti da riprovarci.

Non intendo certo dare nessun tipo di giudizio con queste mie ultime parole, voglio solo evidenziare uno degli aspetti più importanti di questa questione: l’illogica fede. Così distante dalla vita quotidiana di oggi che sembra ormai anacronistico parlarne, ma così presente nella vita di ognuno, specialmente quando non la si accosta a contesti religiosi. Perché tutti noi possediamo delle diverse tipologie di fede, ma sempre con caratteristiche di illogicità, dove la prova pratica è assente.

Quando si parla di fede, di molte cose non sono sicuro, ma Silence, questo magnifico film di Martin Scorsese, chiarifica in modo così perfetto il cardine di questo argomento:

Se non ci fosse silenzio non ci sarebbe fede. Senza fede non ci sarebbe la possibilità di mettersi alla prova, per scoprire la propria natura, la propria essenza.

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