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Schopenhauer e L’arte di essere felici da un maestro del pessimismo

Immagine Schopenhauer e L'arte di essere felici da un maestro del pessimismo

Ho da poco terminato la lettura L’arte di essere felici, una raccolta di massime di Schopenhauer che spiegano la sua visione sul come perseguire una vita felice. Pur essendo affascinato dai messaggi sotto forma di aforisma, non sono un grande fan delle raccolte di frasi o aforismi, ma in questo caso l’opera mi ha positivamente sorpreso. Le massime sono assai prolisse, ben disposte e ben argomentate. Non si tratta solo di un gruppo di frasi messe a caso, tutt’altro, dal testo si riesce a comprendere e approfondire la visione dell’autore sulla gioia e su ciò che le gravita attorno.

Schopenhauer e L'arte di essere felici - Recensione #5.1

Ho deciso di strutturare quest’analisi in due articoli. Il primo costituito dai pensieri con cui mi trovo in armonia. Nel secondo abbiamo i pensieri di Schopenhauer che discordano con la mia visione della vita e della felicità. Tuffiamoci quindi in questo primo viaggio. Ah, ecco link se ti venisse il desiderio di acquistare il libro: L’arte di essere felici.

L’arte di essere felici: pensieri in accordo con la nostra filosofia

Se dovessi riassumere tutta l’opera in poche righe, direi che sono d’accordo col suo pragmatismo, con la sua intenzione di riportare a un realismo scevro da illusioni e speranze chimeriche. Mi trovo in disaccordo invece col pensiero di fondo dell’autore, che è quello più preponderante e dominante sulla questione felicità.

Parlando appunto di realismo, distante da logiche metafisiche o poco pragmatiche, trovo sensato quando Schopenhauer scrive che: il tormento sta nel volere. Eppure, nella vita dell’uomo è impossibile non volere, non desiderare, a meno che non si punti all’ascetismo più estremo. E al giorno d’oggi, col mondo d’oggi, la vedo una direzione molto improbabile. La vera saggezza, secondo lui, è comprendere la giusta quantità di ciò che ci serve, di ciò che si vuole.

Sono completamente d’accordo, perché ogni uomo sano è portato al desiderio, al raggiungere qualsiasi cosa diversa da sé, per sperimentare l’unità e la separazione al contempo. Tuttavia si può desiderare in modo sincero e remunerativo solo quando si conosce la natura del desiderio, così da non incorrere nei pericoli di un desiderare venefico. Essere saggi, in questo caso, significa conoscere se stessi, individuare la soglia, che non è una soglia da non oltrepassare; equivale al sconfinare in un mondo di balocchi che non ci servono e che arrecano piacere effimero e non felicità duratura. È uno spreco di energie, un tormentarsi perché vogliamo sempre quella cosa o quell’altra.

Schopenhauer e L'arte di essere felici - Pensieri

Sulle gioie e i piaceri

Nella massima 17 dell’arte di essere felici troviamo un discorso sui piaceri che è molto in linea con molti nostri articoli passati. Riassumendo la sostanza rilevante, l’autore scrive che la felicità della vita intera non può certo essere rappresentata dalla somma delle proprie gioie e dei piaceri, poiché, dice: le gioie sono negative. Le gioie e i piaceri non possono rendere la felicità, e posseggono un carattere meno concreto del dolore, che invece influisce diretto sulla propria felicità.

Le gioie chimeriche sono sempre connesse con l’avvento di un prossimo dolore, e quindi si dovrebbe evitare il dolore, che è reale e positivo, al posto di cercare piaceri illusori che portano dolori e disgrazie.

Che cosa spinse infatti i Cinici a rigettare tutti i piaceri se non appunto il pensiero dei dolori che vi sono connessi? (Arthur Schopenhauer).

Di sicuro è molto più logico scacciare il dolore, allontanarsi da ciò che non è buono, prima di cercare un piacere che riporta effetti negativi (di natura artificiale). Ho sviscerato l’argomento in vari articoli dove spiegavo la dipendenza che viene innescata da piaceri artificiali. Detto ciò, se si rimane in questo ambito mi trovo d’accordo, ma questo modo di intendere la vita viene reso assoluto, non mi vedo in armonia, e lo vedremo meglio nel secondo articolo.

Non siamo più la persona di ieri

Altro aspetto con cui sono in armonia è quello che prende in causa le trasformazioni che il tempo produce in noi. Molto spesso aspiriamo a obiettivi che, quando vengono raggiunti, non sono più compatibili con la persona che siamo ora.

Ed è quello che da anni stiamo anche ripetendo in questo progetto, specialmente nei contenuti sull’energia vitale, che è il fulcro centrale del modo in cui si dispiega la vita, e nella serie più importante del Project Excape: la Radice.

L’arte di essere felici è molto simile ad alcuni dei nostri contenuti, come nel caso dell’errore di cadere nell’euforia o nel giubilo (come Schopenhauer dice) quando ci capita qualcosa di positivo, o nella concretizzazione di un desiderio. Non ricordo di preciso in quale articolo, e questa è la prima volta che mi capita (sto diventando vecchio pure io), ma mettevo in guardia da questo comportamento proprio perché ci fa intendere l’evento positivo come un’esperienza rara, che capita una volta nella vita. Questo è pericoloso, perché solo ciò che viene ritenuto normale si ripresenta nella vita più volte. Si tratta di un modo di pensare appreso dalle esperienze del passato, non di fantasticherie pseudo-spirituali. Quando esultiamo come matti per la realizzazione di un sogno ci diamo la zappa sui piedi, autosabotiamo la possibilità futura di avvenimenti simili.

Stessa cosa avviene quando ci affliggiamo e ci disperiamo negli eventi spiacevoli. È un comportamento deleterio, dove viene prolungato il ristagno nel fango, nella lamentela, nell’autocommiserazione. Questo ci addentra in un loop dove gli eventi negativi sono all’ordine del giorno.

Come risposta, Schopenhauer scrive: assaporare piuttosto in ogni momento il presente nel modo più sereno possibile.

E ti sembra facile? Potrai dire… a parole certo che lo è. Tuttavia considero questo atteggiamento la risposta a qualsiasi domanda della vita, sempre che ce ne sia una. 🙂 L’autore vuole portare l’attenzione al presente, perché sia il passato che il futuro sono mere illusioni. Sono quasi sempre diversi da come li pensiamo; quindi non serve pensarli, o almeno, non pensarli nel modo così estremo che è divenuta cosa normale.

Massima 14

Ritroviamo quest’ultimo consiglio pure nella massima numero 14.

Gran parte della saggezza di vita si basa sulla giusta proporzione in cui dedichiamo la nostra attenzione in parte al presente in parte al futuro, in modo che l’uno non ci rovini l’altro. (Arthur Schopenhauer)

Anche se, nella giusta misura, includerei i pensieri che vanno al passato. Sia chiaro, guardare al passato non significa essere alla ricerca di un fervore nostalgico (che alle volte, se preso nel giusto modo, può far anche del bene), ma più che altro perché è saggio attingere a ricordi utili e costruttivi per un futuro sempre migliore.

Nei momenti difficili ricordati di conservare l’imperturbabilità, e in quelli favorevoli un cuore assennato che domini la gioia eccessiva (Orazio).

La personalità è la felicità più alta (Goethe)

Ma come? Prima Orazio e ora una frase di Goethe in un’analisi delle massime di Schopenhauer? E certo, perché uno dei pensieri fondamentali de L’arte di essere felici si rifà esplicitamente a questa grande intuizione.

Il saggio sa che la felicità è l’intima soddisfazione di un individuo dipende da ciò che lui stesso è per se stesso, e non da ciò che egli rappresenta per l’opinione altrui. Non esiste ricchezza esteriore da comparare con la vitalità e la capacità di bandire la noia e di rendere l’uomo ricco in se stesso, senza l’ausilio di distrazioni comprate dal lusso. I balocchi non si avvicinano alla serenità che dona un animo pacifico e assennato.

Quindi, costruire se stessi, la propria individuale personalità. O meglio: divenire, sgrezzarsi, far uscire, esprimere… o come diceva Jung: individuarsi.

Imitare le qualità e le caratteristiche altrui è molto più vergognoso del portare abiti altrui: perché è il giudizio della propria nullità espresso da se stessi (Arthur Schopenhauer).

Salute! Grazie

Altro aspetto basilare, e come non potrebbe esserlo, è la salute e la serenità che, inutile dirlo (ma diciamolo lo stesso), è connessa con ogni tassello della questione.

Nella massima 32, l’autore ci dice che almeno i nove decimi della nostra felicità sono dovuti esclusivamente alla salute. Niente di più vero, perché secondo noi un uomo in salute può decidere qualsiasi cosa e fare qualunque cosa della sua vita. Me lo ripetevo spesso in passato: “hai due braccia e due gambe, via come un missile allora! Posso fare qualunque cosa”.

Ne consegue che la follia più grande è sacrificare la propria salute per qualsiasi motivo, anche quelli che promettono felicità. Questo rappresenta per filo e per segno il classico modo del vivere moderno. Consumare tutto ciò che abbiamo, la libertà, il tempo, il fisico, il vigore vitale, la possibilità di una vita felice per inseguire cose che promettono felicità. Sveglia! Siamo nati felici senza aver inseguito nulla. Questo è ciò a cui arriva chi sa desiderare in modo sano. Ottiene pure molto di più di chi desidera e si consuma per balocchi che promettono gioia.

Articolo consigliato: La paura di avere malattie e l’ammalarsi per vivere sani.

Serenità

Non so se Schopenhauer intendesse serenità e felicità come la stessa esperienza, non so se avesse frainteso o meno i due concetti, e non so nemmeno se il titolo L’arte di essere felici sia stato scelto da lui. Questo perché conduce spesso a concetti di serenità, di pace interiore, di un animo che non è famelico di piaceri, libero dai dolori e dalle gioie illusorie che sono causa di quei dolori. La si potrebbe spiegare come un’atarassia, interpretazione dell’esistenza che sicuramente l’autore avrà indagato. Purtroppo c’è ancora chi continua a fare confusione tra felicità, serenità, pace interiore e forme annesse, e non mi riferisco di certo al personaggio in questione, non conoscendo, per l’appunto, la questione (sua personale).

E devo dire, ancora, che definire e riconoscere queste diverse esperienze, data la loro connessione e somiglianza, non è cosa semplice per il neofita del campo. Ma riprendiamo le parole direttamente e precisamente scritte dell’autore di questa raccolta, se così vogliamo chiamarla.

Nella serenità, azione e ricompensa sono un tutt’uno. Chi è sereno ha sempre motivo di esserlo, che è appunto il fatto di essere sereno (Arthur Schopenhauer).

Penso che questa specifica parte rappresenti al meglio quella sicurezza che provo nell’andare a ripetere che l’unica causa della felicità è la felicità stessa. Sono molto soddisfatto di aver potuto leggere queste righe, che sono un cemento utile al mio lavoro di divulgazione.

La serenità è il guadagno più sicuro; e dato che vale solo per il presente, essa rappresenta il bene sommo per esseri la cui realtà ha la forma di un presente indivisibile posto fra due tempi infiniti (Arthur Schopenhauer).

Inoltre, quando l’autore scrive dell’importanza di anteporre prima di ogni altra cosa la salute perfetta per una vita serena, eliminando sregolatezze, emozioni violente, grandi fatiche mentali continuative… lo connetto a molti dei contenuti della serie Radice, dove abbiamo spiegato il ritorno ad una vita più umana.

Ancora su personalità e piacere: i tre punti della felicità

Ciò che fonda la differenza nella sorte dei mortali si può ricondurre a tre punti:

Ciò che uno è, cioè la personalità nel senso più ampio, comprendente la salute, la forza, la bellezza, il carattere morale, l’ingegno e l’educazione dell’ingegno.

Ciò che uno ha, cioè i suoi averi e i suoi possedimenti.

Ciò che uno rappresenta, cioè la reputazione il rango e la fama, che consistono nell’opinione che gli altri hanno di lui.

Sul primo punto si basa la differenza posta dalla natura, e già da questo si può desumere che essa sarà molto più essenziale e radicale delle differenze derivanti da comportamenti umani, trattate nei punti 2 e 3. Il primo punto è senza dubbio di gran lunga il più essenziale per la felicità o l’infelicità umana.

Quanti piaceri sono superflui e anzi soltanto fastidiosi e molesti per colui che può godere di ogni momento di un’individualità fuori dal comune?

Schopenhauer non era felice

A mio avviso, L’arte di essere felici come titolo dell’opera, dovrebbe essere modificato in L’arte di essere sereni. Anche se potrebbero sembrare simili non lo sono affatto. Ma chi sono io per dire avanzare questo pensiero?

Beh, ognuno ha la sua opinione. Ti sto portando un’analisi del testo che parte dal mio punto di vista, che ritengo utile all’approfondimento del libro, specialmente postuma alla lettura, ma soprattutto alla comprensione della nostra filosofia riguardo la felicità.

Come si legge all’inizio dell’arte di essere felici, chi mai andrebbe a lezioni di felicità da un maestro di pessimismo quale Schopenhauer? Come si possono prendere per buoni dei consigli sulla felicità da una persona che non è felice? E ancora una volta, chi sono io per dirlo?

Non lo dico io, lascio parlare lui. Vediamo cosa scrive nella massima numero 20:

Lasciare trasparire l’ira o l’odio nelle parole o nelle espressioni del volto è inutile, pericoloso, non intelligente, ridicolo e volgare. Ira e odio vanno mostrati unicamente nelle azioni. E questo lo si potrà fare tanto più perfettamente quanto più perfettamente si è evitato di fare l’altra cosa (Arthur Schopenhauer).

In uno stato di reale felicità, per quello che io ho finora sperimentato, non esiste odio alcuno, e nemmeno ira, così (distruttiva e violenta) come viene intesa nel discorso. Le incazzature ci sono anche nella vita di un uomo felice, ma si tratta di reazioni abitudinarie che durano pochi minuti. Non c’è rabbia di fondo in una persona felice.

Ma è nella massima numero 49 che troviamo la prova del nove, l’ammissione dell’autore.

La definizione di un’esistenza felice potrebbe essere questa: un’esistenza tale che, considerata in termini puramente oggettivi, sarebbe decisamente da preferirsi alla “non esistenza”. Il concetto di un’esistenza felice implica che dovremmo esserle attaccati per ciò che essa è in se stessa e non solo per paura della morte, il che implica a sua volta che desideriamo vederla durare all’infinito. Com’è noto, alla domanda se la vita umana corrisponda, o possa corrispondere, a questo concetto di esistenza, la mia filosofia da una risposta negativa. Ciò nonostante l’eudemonologia presuppone senz’altro una risposta affermativa (Arthur Schopenhauer).

Una solida base per la felicità

Schopenhauer a mio vedere può essere considerato un maestro di serenità, votato al pragmatismo e che scansa chimere poco tangibili, quali secondo lui, appunto, la felicità. Un pensiero che, come ho detto, mi vede in buona parte d’accordo, se non fosse per quel tassello in più che viene a mancare nella filosofia del pensatore tedesco.

Ritengo molto valido il suo lavoro perché possiamo partire da una tale filosofia per salire i primi scalini che possono condurre ad una vita gioiosa. Per farla breve: costruire una base solida quale è la serenità, senza perdersi in fronzoli, che è indispensabile, assieme alla libertà, alla felicità più vera, più alta, duratura. Peccato per quella mancanza di fiducia nella felicità, dove non si tratta di puntare più in alto di una vita serena, non si tratta di giocare a blackjack, dove il 21 rappresenta la felicità, ma se superi il limite e la somma delle carte fa 24 allora perdi tutto e da felice divieni un depresso sofferente. No, quella è euforia e non felicità. Come potrei descriverla in modo nuovo? E se la felicità non fosse altro che una serenità costante con quel pizzico di entusiasmo che rende sempre gustoso ogni singolo momento della vita?

Nella seconda parte di quest’approfondimento vedremo le parti più discordanti dal nostro pensiero di L’arte di essere felici. Clicca su “recensioni 5.2” se vuoi conoscere la seconda parte dell’analisi.

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