Immagine Stufo di lavorare duro per realizzare i propri sogni?

Realizzare i propri sogni: non sei stufo di lavorar duro per niente?

Partiamo dal fatto che, ogni volta che intendi le tue mete e percepisci i tuoi obiettivi come sogni, inconsciamente li etichetti come irraggiungibili. Se vuoi capire meglio cosa intendo con il realizzare i propri sogni leggi pure il nostro articolo Come trovare la propria strada per realizzare i desideri.

Realizzare i propri sogni: che sia tutta colpa del sogno americano?

Nelle pellicole di Hollywood, nei libri, nei fumetti, in ogni forma di intrattenimento degli ultimi decenni spesso emerge il famoso messaggio che esorta a seguire i propri sogni. Da quanti anni ci ripetono questo mantra? E da quanti anni siamo costretti ad un’esistenza che è troppo lontana dalla realizzazione dei nostri desideri?

Fin da quando assemblavamo i primi mattoncini lego e giocavamo alla famiglia felice con i pupazzetti ci hanno ripetuto che dobbiamo darci da fare, giorno dopo giorno fino allo stremo, altrimenti non avremo nulla. Film, fumetti, cartoni animati. Qualsiasi tipo di storia prodotta negli ultimi 40 anni dalle “fabbriche” di origine capitalista è stata farcita da questo tipo di messaggio. Perché lo hanno fatto? Forse perché hanno a cuore la nostra vita? Forse perché al sistema interessa la concretizzazione dei nostri obiettivi?

Il grande sogno americano, e cioè fare soldi e permettersi ogni tipo di lusso, ha fatto presa nel nostro inconscio. Per quanto questo miraggio sia ormai stato cancellato dalle menti dei cittadini odierni, rimangono comunque le sue ostiche radici.

Produci, consuma e crepa

Peccato però che il messaggio di fondo del segui i tuoi sogni sia “lavora, produci, lavora duro, asciugati il sudore e riprendi a lavorare, cadi, ammalati, ma rialzati, perché il tuo sogno è sempre lì, un passo avanti a te”. Ecco qual è la strada per l’insoddisfazione, che viene offuscata dal miraggio del sogno.

E che dire di quei pochi che riescono a raggiungerlo veramente? Credi che abbiano realmente raggiunto la felicità? Senza contare che sono veramente pochi, misere eccezioni. Servono solamente da esempio, usati e sbandierati dal sistema per motivare e far credere alla massa che anche loro ce la possono fare.

Questo stile di vita che viene tanto osannato dai guerrieri e combattenti dei film o dai motivatori della classica crescita personale non fa altro che consumare le persone. Sai che me ne frega di raggiungere il mio sogno se trascorro le mie giornate a combattere contro la vita, a sforzarmi, a lavorare, a tenere duro, a resistere, e quindi ad essere insoddisfatto. Sai cosa me ne frega di realizzare quel desiderio, che solitamente coincide col possedimento di qualcosa (oggetti, persone ecc.) se devo rinunciare a me stesso, alla mia libertà, a una vita più umana.

Se il tuo tempo lo trascorri sugli schermi quando realizzerai il tuo sogno?

Ma analizziamo la vita attuale. Tutti abbiamo una meta o più mete che desideriamo raggiungere. Tutti siamo stati ipnotizzati dal concetto del sacrificio. Guerreggiare, sgomitare, primeggiare sugli altri. Tutti quindi, chi più chi meno, siamo stati intaccati da quel modo di vedere la vita. Questa è una continua battaglia. Il sogno è visto come qualcosa di lontano e difficile da raggiungere. Nella realtà, facciamo veramente qualcosa per dare materialità a questi sogni?

Per chi possiede un lavoro, le giornate sono quasi completamente dedicate a questo. Le restanti ore, dopo il tedio lavorativo, sono riempite per passare il tempo, tra TV, PC, Smartphone ecc. Quelli che non dispongono di un lavoro ma di più tempo invece, vivono per la maggior parte guidati da stati ansiosi e depressivi, nella ricerca (ansiosa) di denaro, nella ricerca di una mansione, o nella totale resa e autocommiserazione, passando anche loro da una serie TV all’altra, da un passatempo all’altro. L’ennesima strada che porta all’insoddisfazione.

Per questo, mi chiedo: quando mai riusciremo a dedicarci concretamente all’obbiettivo? Quando cominceremo a muovere i primi passi in questo cavolo di sentiero? Non è che forse ci fermiamo alla partenza perché nel profondo siamo sottilmente consci della futura disfatta? Del sogno che rimarrà sempre un sogno?

Il miraggio del traguardo

C’è una storia che riassume perfettamente la morale di questo articolo. Il fatto interessante del racconto che andrai a leggere, è che fa parte della mia esperienza. Non è un racconto inventato e romanzato.

Una storia - Realizzare i propri sogni

Il mondiale era appena agli inizi. Solo 5 o 6 gare erano state disputate, e questa freschezza faceva spesso tintinnare i nervi dei partecipanti nelle ore prima della partenza. Il mondiale di bici (mondiale, chiaramente si fa per dire) era stato realizzato nello spazioso quartiere di un gruppo numeroso e articolato di amici. Tutto voleva essere professionale, anche se questa meta era lontana a causa della puerile età e dai mezzi posseduti. C’erano le scuderie, formate da due, tre, o anche quattro ragazzini. Ogni scuderia aveva un proprio nome ed una propria filosofia. C’erano i bolidi da gara, studiati ed assettati per essere agili e scattanti tra le strette stradine della zona. Ogni pilota possedeva una propria bici da gara, e qualcuno anche il muletto, in caso ci fossero stati dei guasti al mezzo principale. C’erano meccanici improvvisati ma anche più esperti. Le squadre, ad una ad una, venivano chiamate settimanalmente a tracciare una pista, che si prestava nella corsa delle così dette “prove libere”, “prove di qualificazione” e “gara vera e propria”. C’erano perfino i giudici di gara a penalizzare gli imbroglioni, le fermate ai box, i sorpassi azzardati, gli incidenti, i contrasti emotivi tra i piloti e i guasti tra un giro e l’altro. Ricordo come in un tratto rettilineo mi si spezzo il cordino metallico dei freni. Un tonfo inaspettato accompagnò  la caduta, per fortuna senza conseguenze per il pilota.

Delle volte c’era perfino il pubblico (alcuni curiosi e annoiati osservatori sulle terrazze delle palazzine). Ero nel fior fiore della mia carriera, venivo dalla fase iniziale di quella che sarebbe stata una serie interminabile di pole position. Era la mia specialità. Anche in quella gara partivo dalla prima postazione, ma per quanto pedalavo con tutte le forze e le energie che avessi in corpo, quel giorno, una sorta di demone instancabile continuava a restarmi incollato al culo. Più facevo forza con le gambe, cercando di non risparmiare nemmeno un centesimo dell’energia che possedevo, più cercavo traiettorie veloci, più ansimavo senza mai rallentare il ritmo, più continuava a ronzarmi dietro, come se tutti i miei sforzi fossero nulla. Come fa a starmi dietro? Sto sputando l’anima, e lui, che fino adesso non ha mai combinato nulla riesce a tenere questo passo?

Non ricordo di aver fatto simili fatiche nella mia vita. Fatto sta che all’ultimo giro, cercando di mandar giù quella sensazione di vomito per l’incessante pedalare alla massima velocità, vidi finalmente il traguardo. Qualche metro dietro c’era il solito avversario che, forse, finalmente, si era dato per vinto. Ormai è fatta, devo farcela, ancora qualche curva e finalmente posso finirla con questa maledetta gara. Sì, cazzo, sì, non ce la faccio più, la vittoria è mia. Tagliai il traguardo e traballante come una trota appena pescata mi buttai a terra. Dopo qualche decina di ansimanti secondi, vidi passare il terzo pilota che esultava concitatamente. Sul momento non capii, poi tutto mi fu chiaro. Arrivai quarto, posizione ignobile per il pilota che stava cominciando a bruciare i record avversari. Il fato è beffardo ed ironico, perché quella fu anche la posizione finale del mondiale, pur consapevole che in quella stagione avevo le carte in regole per stra-vincere tutto. Come ho detto, sul momento non capii, ma quando vidi esultare colui che poi si sarebbe aggiudicato il primo posto del mondiale di bici, compresi che mi ero steso a terra a due metri dal traguardo. Proprio così, dopo aver sputato e impiegato ogni energia nascosta superando più e più volte il limite, mi distesi prima di aver concluso regolarmente la gara. Quella disfunzione fu dovuta al fatto che la linea del traguardo venne spostata: durante le prove di qualificazione era stata tracciata qualche metro prima di quella della gara vera e propria. Non ricordo il motivo di tale scelta, fatto sta che nella mia mente era impressa la linea delle qualificazioni. Per quel motivo mi buttai a terra prima di passare il vero traguardo. Mi alzai velocemente e correndo bici a fianco feci gli ultimi metri, ma ormai già tre piloti mi avevano preceduto. Tutta quella fatica per un misero quarto posto.

Come ho affermato poco fa, questo racconto veritiero rappresenta perfettamente la vita della maggior parte degli individui che seguono il classico modo di vivere preimpostato. Ricordo di aver vinto numerose gare in modo più facile, ma soprattutto divertendomi ad ogni sventato sorpasso e ad ogni curva in cui si cercava di “piegare” sempre un po’ più del giro precedente. Assaporando, In sostanza, ogni pedalata del percorso. Ed è questo ciò che conta, perché, se mi fossi posto il fine di divertirmi, forse quel giorno non sarei arrivato quarto, magari nemmeno primo, ma di sicuro non quarto, perché avrei visto il vero traguardo.

Quanto sei riuscito ad ottenere col metodo classico?

Hai lavorato duramente, giorno dopo giorno. È una vita intera che sudi e che ti dai da fare, combatti, ogni mattina ti desti, forzatamente ti sradichi dal letto e cominci la tua lotta. Eppure sei ancora qua che vuoi qualcosa che renda la tua vita più felice. Sei ancora qua che cerchi una scappatoia, una vincita al WinForLife. Eppure sei ancora qua che, giorno dopo giorno, cerchi di lenire le tue ferite con un’altra sigaretta, con l’ennesima tazzina di caffè, pasticcino, serie TV, videogioco…

Siamo ancora qua ad ascoltare le parole di qualche maestro del successo e ad arrancare ogni giorno tra alti e bassi. sempre più bassi e sempre meno alti col trascorrere del tempo. Ma quanto sei riuscito ad ottenere col metodo classico? l’insoddisfazione è forse diminuita?

Se finora il mio ti è sembrato un discorso negativo e disfattista, voglio dirti che non sono le mie parole ad essere negative, ma è il luogo in cui viviamo e il modo di vivere che ne è derivato ad essere negativo. La mia è solo una descrizione della semplice realtà.

Se sono perciò trascorsi 10, 15, 20 anni, e sei ancora lì che arranchi, che insegui i tuoi sogni, che trovi scuse o che nel profondo ti sei arreso, sappi che devi smetterla di inseguire i tuoi sogni. Perché il vero scopo di ogni uomo è vivere, assaporare giorno dopo giorno la vita. Lo scopo della vita non è nient’altro che vivere realmente, e non prodigarsi in una giostra di sofferenza che non ha mai fine, col pretesto di qualche regalino consolatorio. Il vero sogno di ogni uomo è vivere realmente.

Smettiamola di guardare dritto come ci hanno insegnato. Finiamola di procedere in maniera lineare. Lavoro per avere, faccio per un tornaconto, mi sacrifico per il mio sogno. Possiamo dirigerci in qualunque zona vogliamo, ma prima dobbiamo ritornare neutri.

L’infinito si estende illimitatamente solo nel caso in cui si guardi dritto.
Vadim Zeland

Una persona felice non combatte

Se cerchi la felicità combattendo, ammassando mattone dopo mattone, accumulando cose, hai toppato alla grande. Seguire i propri sogni non reca assolutamente ad uno stato felice e duraturo. Vuoi conoscere l’aspetto più interessante della questione? Lo abbiamo già anticipato in alcuni articoli, ma non tutti hanno avuto la possibilità di visionarli, perciò scusaci la ripetitività ma: nemmeno realizzare i propri sogni renderà la vera felicità.

Ci sono due modi per realizzare i propri sogni:

  • lavorare sodo, sacrificarsi e spendere decine di anni soltanto in un unico settore della vita;
  • essere felici.

Il primo metodo forse ti porterà a concretizzare qualche tuo obiettivo, ma ti invecchierà, consumerà il tuo fisico e il tuo spirito. L’unica sicurezza sarà  la tua insoddisfazione. Il secondo invece cancellerà persino il desiderio di raggiungere i tuoi fini, ma paradossalmente questi si concretizzeranno in automatico, senza sforzo alcuno.

Se le mie ti sembrano belle parole, e pensi che la vita reale sia tutt’altro, allora ti chiedo di non credere a me, ma ad una persona cresciuta in quel luogo “ostile” che noi chiamiamo giungla. Quando L. Briggs, docente di antropologia e archeologia, fece una domanda relativa all’argomento che stiamo trattando ad un nativo Inuit, lui rispose: una persona felice non combatte. Non ha dunque senso combattere per la felicità.

Accettare non significa persistere nella sofferenza e nell’insoddisfazione

Fino a quando non si osserva il modo di vivere moderno da un punto di vista diverso è difficile comprendere ciò che intendiamo divulgare con questo progetto. Ancor più difficile è praticare ciò che il Project Excape afferma. Lo è perché si vuole chiudere gli occhi, le orecchie e aprire solo la bocca. Tutto è semplice invece se ci allontaniamo dalle manipolazioni della società consumista.

Questa maniacale filosofia di prendere la vita a cazzotti, di mandare giù, rialzarsi, soffrire e resistere è un vero e proprio cancro. È una malattia mentale che sta rovinando la vita agli uomini. Qualcuno potrebbe dire che anche noi (Project Excape) stiamo combattendo contro le regole imposte dal sistema. Tuttavia non è affatto così. Non c’è vincitore nella lotta. Noi accettiamo ciò che c’è, accettiamo l’esistenza delle catene, ma accettare la loro presenza non significa rimanere ancora incatenati. Ci si può liberare in qualsiasi momento, e la cosa è più semplice di quanto si creda. Continuare a soffrire non è accettazione ma debolezza. La sofferenza, una volta compresa, ha raggiunto il suo scopo; possiamo quindi lasciarcela alle spalle e portare con noi gli insegnamenti ricevuti.

Seguire i propri sogni equivale a soffrire, perché sappiamo che si tratta di un pretesto utile a continuare a farci arrancare. Tirare avanti in quel tedioso percorso che definiamo vita. Prendersi semplicemente ciò che si vuole invece deriva da uno stile di vita che conduce alla vera felicità.

Nessuno vedendo il male, lo preferisce, ma ne rimane ingannato, parendogli un bene rispetto al male peggiore.
Epicuro

In questo post la parola “sogno” è stata utilizzata con uno scopo preciso. In questo senso, ti consigliamo di leggere i nostri due articoli sulle affermazioni positive.

Pubblicato da

Andrea Di Lauro

Che dire... sono un eclettico. Quando mi chiedono cosa faccio nella vita, rispondo che la mia principale occupazione è vivere. Citando Thoreau “voglio succhiare tutto il midollo della vita, per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”.

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