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Il lato oscuro della Psicanalisi di Freud

Immagine Il lato oscuro della Psicanalisi di Freud

In questo articolo vogliamo riportare un concetto sostanziale, ispirato da alcune pagine di un libro che tratta di manipolazione mentale. Questo post si rivolge perciò a chi è appassionato di temi psicologici e in particolare della psicanalisi. Cominciamo senza l’intervento di preludi troppo prolissi.

Il lato oscuro della Psicanalisi di Freud

Come agisce la psicanalisi

Con psicanalisi si intende un metodo terapeutico atto a decondizionare il paziente da un precedente modus operandi. Lo scopo è quello di riacquisire un sano contatto con se stessi e dunque con la realtà. Tutt’oggi non è considerata precisamente una scienza, a differenza della sua controparte: la psicologia comportamentale generale. Basandosi soltanto sulla somma di varie casistiche e sulla speculazione dei casi, molti terapeuti e uomini di scienza la reputano inefficace.

Come si può leggere nel libro citato: la psicanalisi però persiste, vi è una forte domanda popolare di essa e in Italia la quasi totalità degli psicoterapeuti (circa il 90%) si basa su di essa. Dalle pagine si capisce come gli autori vogliano concentrare l’attenzione non tanto sulle teorie psicoanalitiche ma sull’azione specifica dello psicoanalista. Azione che risulta essere nella maggior parte dei casi un processo di condizionamento-apprendimento, dove il paziente viene guidato nel far combaciare il proprio modo di interpretare la realtà a quello dell’analista.

Riprogrammare non significa liberare dalla precedente suggestione, ma sostituirla con una nuova

Dato che la psicanalisi nasce per eseguire un lavoro totalmente opposto, molti terapeuti non si troverebbero d’accordo con tale giudizio, o non consentirebbero di pensare che essi stiano nuovamente condizionando il paziente.

Questo può avvenire utilizzando alcune teorie di stampo freudiano. Tramite domande che riguardano episodi traumatizzanti, viene accresciuta l’angoscia nel paziente, che desidererà una risposta dallo psicoanalista, pena la non cancellazione di quell’emozione negativa. Servendosi di associazioni verbali e di teorie che collegano quest’angoscia a traumi (per lo più sessuali) quest’ultimo proporrà la risposta, l’amo che per placare l’agitazione verrà subito agganciato dal “malato di mente”.

Non puoi che essere d’accordo con l’analista, tutto il resto è resistenza psicologica

Durante le normali sessioni di psicoterapia il paziente si trova in un bivio in cui deve o credere alle teorie del terapeuta o dar voce in modo sicuro alle proprie convinzioni. Per la natura stessa della Psicanalisi la seconda strada diviene impossibile, specialmente perché lo psicoterapeuta ricorre alla resistenza psicologica. Non ci può essere parità nella in questa relazione, uno detiene la verità mentre la mente dell’altro è malata e viene illusa da convinzioni distorte.

Le eventuali critiche del paziente non interessano, bensì il momento in cui le opposizioni emergono, in quale contesto d’argomentazione. Se ad esempio veniva preso in causa il rapporto col proprio padre, e in quel momento il paziente si sentiva di esprimere una contrarietà rispetto a qualche giudizio del terapeuta, allora quest’ultimo potrà ricorrere alla resistenza psicologica. Ovvero: quando riaffiorano contenuti inconsci a cui non si vuole dare ascolto, cerchiamo di non ascoltare o di cambiare il giudizio in modo razionale.

Per questo il paziente si trova nel bivio di cui parlavamo. Nel momento stesso dell’analisi però, quest’ultimo ha investito non solo dal punto di vista economico, ma affidato molte delle sue speranze di sollievo e guarigione nella psicoterapia. Non dar credito alle opinioni dello specialista quindi sarà molto arduo, è molto più semplice affidarsi al giudizio della resistenza psicologica. Se da una parte c’è il semplice credere, dall’altra c’è la probabile possibilità di complicare il percorso, della perdita della stima o del rapporto col terapeuta, della speranza nei risultati che aveva avvalorato in precedenza.

Il lato oscuro della radice freudiana

La scuola di Sigmund Freud ha dimostrato la veridicità dell’osservazione che stiamo effettuando in merito al condizionamento della psicanalisi. Molti dei suoi allievi diretti erano estremamente condizionati da tutte le teorie freudiane senza possibilità di controversie. Molti dei suoi discepoli, tra cui Ferenczi o Tausk soffrivano di molte patologie che la psicanalisi avrebbe dovuto debellare.

Il condizionamento di Freud non riuscì a prendere il sopravvento delle menti più creative e delle personalità che a fatica si conformavano a pensieri comuni o a dinamiche inconsce di gruppo. Vedi il caso di Alfred Adler, di cui esiste una frase illuminante che ha ispirato un mio articolo passato. Oppure quello più eclatante e discusso, In cui vedeva il più conosciuto Carl Jung come protagonista.

Un investimento così intimo che risulta quasi impossibile da troncare

Quando un individuo decide di andare in terapia, investe non solo un quantitativo di denaro non indifferente, ma affida a un completo estraneo la sua intera storia passata. Ogni sua vergogna, ogni trauma, ogni paura, confessioni, segreti. Si capisce allora che tornare sui propri passi, nel caso ci si accorga che il percorso non era come lo si credeva, diventa quasi impossibile. L’investimento ha una mole troppo massiccia, o meglio, troppo preziosa. Quindi sarà più facile optare per un tipo di credenza inconscia verso le teorie e le suggestioni dello psicoanalista. Ci si autoconvince in modo inconscio che le parole dello specialista sono in ogni caso corrette, siamo noi ad essere malati. Ecco una delle prove della natura di condizionamento comportamentale della psicanalisi.

Il terapeuta si trova su un trono da cui può giostrare con facilità l’andamento dell’analisi e la mente dell’analizzato. Si servirà a piacimento dei classici rinforzi negativi, che equivalgono a piccole punizioni, o dei rinforzi positivi: piccoli premi, così da avvalorare ancor di più le proprie tesi.

Psicanalisi come nuovo condizionamento comportamentale

Questo plagio mentale va avanti anche per anni, fino a quando la persona che affidato ogni sua speranza allo specialista non si è conformata al modello comportamentale deciso dallo stesso. E ricordiamo come sia utile a questo processo il catalogare a resistenza psicologica ogni elemento che potrebbe deviare dalle conclusioni dell’analista.

Per rimarcare la questione, il metodo psicoanalitico di Freud, che vedeva come causa scatenante delle nevrosi i traumi sessuali infantili (regola errata, come si è più volte constatato negli anni a venire), in molti casi induceva a ricordare traumi non avvenuti realmente. Deviando totalmente lo scopo finale e la natura della psicanalisi. In questo modo il paziente annulla se stesso per divenire egli stesso un futuro esponente di questo tipo di pensiero psicoanalitico.

Come riconoscere un bravo psicoanalista

Esistono oggigiorno psicoanalisti che seguono il vero intento della psicanalisi: decondizionano il malato. Mentre, al contrario, abbiamo psicoanalisti che, individuato il condizionamento presente, lo sostituiscono con un nuovo condizionamento. I risultati migliori e senza rischio di “effetti collaterali” lo troviamo in maggior misura nel primo caso, anche se c’è da dire che il condizionamento funziona spesso molto bene nel reinserimento sociale di persone psicopatologiche.
In sostanza, è molto più semplice condizionare un individuo che “resettarlo”, decondizionarlo.

Un terapeuta che si si ritiene un operatore del metodo psicoanalitico però dovrebbe attenersi al secondo caso, al decondizionamento, tuttavia le prove scientifiche in ambito psicologico sono a sfavore della psicanalisi. Nel senso che la psicologia comportamentale è vestita da anni di sperimentazioni e risultati comprovati, mentre la psicanalisi pura tende sempre a creare discussioni e dubbi piuttosto che prove concrete. Se i processi di condizionamento comportamentale sono dunque ben supportati dal metodo scientifico, quelli del decondizionamento sono più propensi all’interpretazione individuale.

Sta al singolo individuo decidere quale tipo di psicoanalista scegliere, dopo essere giunto alla conoscenza di queste informazioni. Liberarsi dai condizionamenti o scegliere un nuovo tipo di condizionamento che libera dai precedenti problemi ma rischia di causare future patologie?

Non siamo a sfavore della psicoterapia

Per concludere, vorrei dire che sono una persona appassionata di psicologia, dalle teorie e dalle pratiche di questo mondo e da tutto ciò che concerne questa sfera. Chiedo dunque al lettore di non etichettarmi come un tale che si schiera a sfavore dei terapeuti anche se, di solito, questo comportamento deriva più da chi si sente chiamato in causa (lo stesso terapeuta) che dalle persone comuni. Questo succede perché si sentono attaccati. In particolare emerge la paura di perdite economiche, causa che annebbia ogni nostro riscontro obiettivo.

La nostra fortuna, o sarebbe meglio dire scelta, è che non possediamo alcun mulino a cui portare acqua, quindi possiamo informare senza vincoli e senza condizionamenti (per rimanere in tema).

Crediamo che questo breve scritto possa essere utile a chi deciderà di andare in terapia, in modo da farlo con intelligenza, senza diventare succube del terapeuta. Lo scopo è la conoscenza di sé, in qualunque atto, e specialmente in questo. Curare un proprio atteggiamento di identificazione (in una credenza, in una relazione ecc.) per caderne in un altro ha poco senso logico. Si tratta di una strada più veloce rispetto a un sano decondizionamento, ma non è questa la strada per guarire dalle nevrosi che, in minor o maggior misura, tutti possediamo. Un nuovo condizionamento può debellare alcune nevrosi passate, ma porta sempre nuovi tipi di nevrosi.

Un condizionamento privo di nevrosi

Per concludere, voglio consigliare un tipo di condizionamento sano, forse l’unico che esiste. Nelle situazioni più disparate della vita, da quelle definite negative o positive, credo che condizionarsi a tornare al presente sia terapeutico, se non superiore a qualsiasi tipo di terapia. Questo però, è un comportamento che deve derivare dal contatto col momento presente, il quale, per sua natura, è sempre diverso. In questo modo il condizionamento perde il suo carattere meccanico e deleterio, perché ogni momento è diverso; l’unico modo che ci resta per adattarci al singolo momento è improvvisare.

Condizionarsi ad agire in modo improvvisato è l’unico tipo di condizionamento che annulla la sua caratteristica venefica. Questo potrebbe essere un ottimo modo di agire da affiancare alle pratiche di decondizionamento di una sana Psicanalisi e psicoterapia.

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