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Paura della felicità? Ti spiego come non averne

Immagine La paura della felicità è una gran cazzata

Le fanfaronate sulla felicità non mi sono mai piaciute. Perché? Perché fanno rimanere le persone in uno stato d’infelicità. La felicità è questione di attimi, la felicità non esiste, o in questo caso la paura della felicità, sono considerazioni di chi brancola in un’euforica illusione. Sono credenze che rendono euforici o deprimono gli uomini. Oggi ti spiego quanto sia inutile averne paura, e soprattutto come imparare a ricercare la felicità in ogni momento della tua vita.

Come si può avere paura della felicità?

Come diavolo si può avere paura della felicità? Come si può dire un’insensatezza del genere? Come possiamo credere di avere paura della felicità quando è l’unica cosa che desideriamo?

Forse perché molti di noi si sono abituati a soffrire, in un gioco imposto e masochista da cui non si ha scampo? Forse ci siamo talmente abbassati a leccare il pavimento (come diceva qualcuno) che abbiamo imparato ad amare la nostra sofferenza? Certo, può anche essere, ma questo non coincide con la paura in questione. Cioè, per quanto uno soffra e abbia imparato a godere in modo macabro e perverso di quel dolore, la felicità fa parte della sua natura. L’uomo nasce felice, è il suo stato naturale. E una volta persa, proverà per tutta la vita il desiderio di ritornare al suo stato naturale.

Il masochismo (costretto) invece non fa parte della natura umana: è un comportamento appreso dal folle sistema, un compromesso per tirare avanti. Anche noi abbiamo più volte suggerito di imparare ad apprezzare e vivere qualsiasi esperienza, specialmente quelle che riguardano la sofferenza, ma c’è una sostanziale differenza. Un conto è apprezzare un momento di dolore senza esserselo direttamente cercato, ed evitarlo in seguito. Cioè godere dell’opportunità di provare il dolore, di essere vivo in quel momento per poterlo provare, di poter interagire col tutto.

Altra cosa invece è quello di essersi talmente abituati a combattere contro il dolore e a soffrire che non riusciamo più a sottrarci dal piacere perverso. Un piacere deviato, utile solo a farci arrancare, sopravvivere, accontentarsi. Sperare nella felicità, quando, nella pratica, facciamo di tutto per continuare a soffrire, anche se molte volte crediamo che non sia così.

La paura della felicità è una gran cazzata

Non è che ti stai confondendo?

Forse chi dichiara di aver paura della felicità ha preso un abbaglio. Chi ammette l’esistenza di questa paura infondata si è forse confuso con un altro tipo di convinzione. Hai mai sentito asserzioni di questo tipo che però riguardano la libertà? Di come, in fondo, nei tempi moderni, l’uomo abbia paura non di essere felice, ma di essere libero.

Ora la questione comincia a prendere una parvenza logica. La paura di essere liberi, per quanto assurda possa sembrare, può essere spiegata con intelligenza. Per quanto un individuo desideri essere libero può scoprire, scavando introspettivamente al suo interno, di possedere qualche timore.

Il settore lavorativo come esempio

Uno stato di libertà regala l’indipendenza di poter fare tutto ciò che si vuole ma al contempo porta responsabilità. Riportando la questione (ad esempio) in ambito lavorativo, un dipendente ha la strada spianata mentre un imprenditore no. Colui che lavora alle dipendenze di un datore, di solito possiede i suoi esigui compiti da svolgere, la sua mansione ripetitiva. Svolge il suo lavoro e viene ripagato. Semplice e lineare. Fa il suo, come si dice, ma non può fare altro.

La persona che invece lavora per conto proprio possiede un grado di libertà maggiore. Non è costretto a obbedire a nessuno se non a se stesso, può decidere dove direzionare l’attenzione, i fondi, quando assentarsi dal lavoro, l’orario in cui cominciare. Questo però comporta un aumento della responsabilità. L’azienda dipende dalle sue decisioni, e l’accrescere delle decisioni evidenzia un aumentare di libertà. Più sei libero e più compaiono delle scelte da prendere in modo totalmente autonomo.
Più si presentano decisioni più la responsabilità degli effetti ammanta l’esistenza dell’individuo. Ma voglio ricordare che esiste anche la decisione di non decidere, che è pur sempre di una scelta.

Essere liberi, quindi, coincide con la presa di coscienza del proprio potere di gestire la vita in modo totale. Se, però, non crediamo di essere delle persone valide, allora questo può far paura. La poca autostima ci dice che le nostre decisioni porteranno ad effetti spiacevoli, e allora forse è meglio starsene buoni e comodi a fare ciò che qualcuno ci ordina.

La voglia di libertà però si fa spesso sentire, perché in qualche modo è connessa al desiderio di essere felici. Per questo ogni tanto il pensiero di mollare tutto e scappare alle Canarie bussa nella propria mente.

Ricordi quando da bambino eri felice? Perché eri felice? Se ci pensi bene, vivevi quello stato di felicità anche perché non eri soggetto alla vita adulta di ora. Eri molto più libero di adesso. Sì, dovevi pur sempre andare a scuola, ma tutto sommato eri libero di andare a giocare con gli amici. Disponevi della gestione della tua vita molto più di ora, anche se questa era sotto la responsabilità dei tuoi genitori. Difatti considero la libertà come il combustibile della felicità.

Comoda routine o responsabile libertà

La vuoi conoscere un’informazione vitale per la tua felicità? Fino a quando non deciderai di essere libero non potrai nemmeno essere felice. Ho utilizzato il verbo “decidere” perché la felicità, in rari casi, può presentarsi anche in contesti di prigionia o simili, ma solo se si sceglie di essere felici. Si tratta però di un discorso alquanto complicato e che ora non intendo aprire.

La strada spianata può essere comoda, una cella può essere anche sicura se abbiamo noi la chiave, nessuno può farci del male o rubarci il pranzo. Ma l’uomo non nasce né in catene né in prigione. Qualcuno dice di non dare ascolto alla ragione che vuole farci seguire la comodità, ma di dare ascolto al cuore. Io dico che in realtà cuore e ragione sono la stessa cosa. Nessuno dei due può esistere senza l’altro. Non è importante credere che sia la ragione o il cuore a rivelarcelo, ma dare ascolto a quel messaggio: voglio essere libero!

Qual è la chiave?

Ma intasati come siamo da meccanismi mentali che hanno a che fare col guadagno, giungono le paure. Come farò, cosa farò, perderò tutto ciò che ho. Chi più chi meno, siamo chiusi in una cella sicura, ma come ho detto, abbiamo noi la chiave. Possiamo chiuderci dentro e godere della nostra sicurezza annichilente o assaporare il clangore del chiavistello. Possiamo scegliere di evadere dalla caverna di Platone per esplorare la vera vita e il mondo in modo più libero. Per fare passi simili, come abbiamo spiegato dagli albori di questo progetto, è necessaria energia vitale. Questa è la chiave.

Se ti sta bene una comoda prigione continua pure a fare ciò che fai, non saranno certo due parole sullo schermo a farti cambiare idea. Insegna anche ai tuoi figli il tuo stile di vita. Ecco uno scenario di come potrebbe essere la tua esistenza fra un po’ di anni. Dai uno sguardo al futuro.

Se invece hai capito che la paura della felicità era solo un equivoco, perché in realtà avevi paura di scottarti con troppa libertà, voglio dirti un’ultima cosa.
Non sempre la strada comoda si rivela essere la più facile. Anzi, quasi mai.

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