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Perché non sono felice? Me lo spiega il Buddha

Immagine Perché non sono felice? Me lo spiega il Buddha

Io non sono felice, lui non è felice, loro non sono felici, noi non siamo felici. Possiamo padroneggiare o essere padroneggiati da uno stato di felicità duratura nel mondo odierno?

Se non sono felice ho solo due possibili scelte da fare

Arrivo subito al dunque. È inutile continuare, il caso è stato sbrogliato da vari secoli ormai, la maggioranza è infelice. Pochi sembrano dissetarsi dalla fonte della felicità. Del perché di questo ne abbiamo parlato assai, ma assai assai.

In questo post non ritornerò perciò sull’influenza che il contesto in cui viviamo ha su tutti noi. Se il luogo in cui viviamo è inquinato e malato, dato che noi stessi siamo l’ambiente, anche noi saremo inquinati e malati. E dato che è l’ambiente a decidere il nostro stile di vita, anche lo stile di vita sarà deviato in favore degli obiettivi dell’ambiente stesso. Oggi il libero arbitrio sembra essere divenuto una mera illusione.

Da questa consapevolezza si può decidere di arrendersi alla vita “normale” e comune, o rivoluzionare il proprio piccolo mondo. Questa può essere una rivoluzione concreta che non si perde soltanto in chiacchiere da bar, o da internet (i tempi sono cambiati). 🙂

Una possibilità però esiste

Tralasciando il fatto della scarsa probabilità di divenire felici in un sistema insensato, al contrario, disumano, c’è comunque la possibilità di poter giungere a quel tipo di gioia pura, priva di cause, che perdura nel tempo e che noi chiamiamo felicità. Si tratta quindi di aumentare quella probabilità agendo nel concreto, cosa che io ho fatto in modo inconsapevole in passato. Mi riferisco a uno stravolgimento di paradigma mentale e di stile di vita concreto.

Da esseri viventi quali siamo, esistono anche delle caratteristiche umane immutabili, o almeno, mutabili in un modo così lento da poter essere considerate tranquillamente immutabili se rapportate al resto della realtà. In merito a questo, esiste per logica una vita a noi più congrua, e altri modi di vivere più distanti da ciò che siamo. Ma anche su questo argomento abbiamo scritto assai; non a caso, se sei un lettore forte del nostro blog, avrai visto innumerevoli link verso la serie Radice.

Perché non sono felice? - Sogni

Non sono felice perché non raggiungo i miei sogni o perché li raggiungo

Per andare verso un contesto più individuale e più incentrato sulla singola azione piuttosto che sulla totalità dello stile di vita espletato, rappresentando un ipotetico uomo comune, potrei dire che io non sono felice perché continuo a inseguire desideri. Ma attenzione, perché inseguire i desideri non significa né raggiungerli, né mancare l’obiettivo. L’errore sta nell’inseguire, nell’incapacità di desiderare in modo puro. La mancanza di appagamento non sta nel non riuscire a raggiungere l’obiettivo, ma nella corsa insoddisfacente, senza sosta e priva di traguardi a cui la società moderna ci sottopone. E risiede anche nella contentezza di poco conto, che pensavamo molto maggiore, quando questi desideri vengono raggiunti. In fondo, se ripensiamo a tutti gli sforzi e i dolori a cui abbiamo dovuto sottoporci, il momento in cui “abbiamo in mano l’oggetto del nostro desiderio” non è così dolce come ce lo aspettavamo e come ci immaginavamo quando cercavamo di calmare i dolori delle nostre fustigazioni giornaliere.

Per riepilogare

Non raggiungere i desideri è frustrante, e contribuisce all’infelicità generale; raggiungere i desideri nel modo classico a cui ci hanno istruito, ci sottopone a sacrifici continui, sforzi, lavori controvoglia, pratiche inumane e compensazioni droganti, che poi non vengono di certo cancellate da quella felicità illusoria che ci aspettavamo.

L’errore dunque si potrebbe individuare nell’azione di seguire i sogni, nella cultura del: sacrificare anima e corpo nella strada verso il nostro sogno.

Consigli da un precursore buddhista

La soluzione a questo male la si trova già in Schopenhauer che, in un modo molto anacronistico per il suo tempo, ma a mio avviso molto saggio, studiò la filosofia orientale, in particolare quella buddhista. Uno dei suoi precetti maggiori riguardo la felicità, che ho discusso anche nell’articolo dove ho analizzato il suo scritto L’arte di essere felici, spiega che:

È più probabile la felicita nel cancellare i dolori che nel conquistare i desideri (Schopenhauer).

Questa filosofia d’azione si riconduce al punto 2 ed evidenzia l’indispensabilità di eliminare i dolori piuttosto che conquistare desideri o, come dice Schopenhauer, la felicità illusoria che per molti può essere proiettata nel raggiungimento del sogno. Anche secondo la nostra filosofia è più efficace partire da un percorso simile: recidere cause e comportamenti che poco hanno a che fare con la natura umana, in modo che il raggiungere obiettivi e magari la reale felicità, divengano i normali effetti collaterali, se così vogliamo chiamarli.

La solita tiritera

Se non sei felice è probabile che anche tu sia caduto in questo tranello, pur conoscendo la questione. È un’informazione abbastanza risaputa, tuttavia, dopo alcune settimane in cui siamo costretti alla vita di sempre, l’informazione viene dimenticata e ci si torna a immergere nel vortice del: lavorare, sacrificarsi, consumarsi con la scusante dell’obiettivo.

Ogni tanto ci si ferma e ci si domanda: perché non sono felice? E allora acquistiamo qualche libro che parla di felicità, guardiamo qualche video di qualche maestro che sembra essere arrivato, ci gasiamo, vediamo noi stessi come delle persone fuori dagli schemi e dalle regole. Parliamo agli altri di questo, adorniamo la nostra realtà di concetti positivi e costruttivi…

Dopo qualche settimana o qualche mese, però, non siamo più così euforici, e non lo siamo perché anche nel mentre dell’euforia, non eravamo comunque liberi di vivere la vita come volevamo. Inutile puntare alla felicità se non si è possessori di una buona porzione di libertà, della propria vita. Inutile, ancor di più, puntare a una felicità illusoria sputando sangue per conquistarla.

Le nobili verità buddhiste

Se il desiderio è la causa dei dolori e, come disse il filosofo, se una vita serena (più che felice) deriva dall’annullare questi dolori, allora va da se che dobbiamo smettere di desiderare.

In una delle quattro nobili verità, il Buddha disse che tutto è impermanenza. Nulla permane, nulla è statico e per sempre. Si capisce allora l’inutilità del desiderio e la sofferenza connessa al desiderio. Non a caso la prima nobile verità afferma che la base della vita è la sofferenza (verità molto facile da fraintendere), e che questa sofferenza deriva da cause precedenti, in particolare dall’attaccamento ai desideri.

Detto questo, com’è possibile condurre una vita nel mondo di oggi senza desiderare nulla? Non è forse utopia annullare il desiderio nella società odierna, dove ogni microscopica azione ha sempre uno scopo, un tornaconto? Tutto quello che ognuno di noi fa durante il giorno è sempre per uno scopo, anche se il più grande scopo è la felicità. Come si può trascendere questo contrasto e disimparare a desiderare?

Perché non sono felice? - Desideri

Il desiderio è intrinseco

Non credo sia possibile, non perché sia troppo difficile, o meglio, la possibilità c’è, ma: come l’agglomerato moderno ha fatto nella sua estrema mercificazione dei desideri, anche l’asceta che non desidera si è distanziato dalla natura umana.

Una delle caratteristiche dell’essere umano è proprio desiderare, tendere allo scopo, a un senso. Proprio come affermò Kant, l’uomo interpreta la realtà con un senso di scopo. Al suo interno si trova l’archetipo del senso delle cose, del fine delle cose. Siamo fatti così e così dobbiamo essere.

In una pietra noi “vediamo” l’associazione alla pietra che gli sta accanto, e perciò vediamo nell’insieme di più pietre un muro di pietra. In un singolo sasso riusciamo a vedere un muro di pietra, e nelle mura una casa. Questo è il fine delle cose di cui parlo.

Quindi sto dicendo che il Buddha aveva torto e che io, illuminato quale sono, gli ho dato scacco matto? Assolutamente no! Sto dicendo che esiste un modo puro e disinteressato di tendere al fine, ossia di desiderare, mentre ne esiste un altro che è morboso, ansioso, famelico, pervaso della paura della perdita.

Reputo veritiera le verità del Buddha ma, per chi ha letto l’articolo sulla verità, ricorderà, anche se è passato qualche anno, che l’uomo può conoscere solo le verità, non la verità. C’è una bella differenza tra la verità e le verità.

Il desiderio ci condanna a una vita triste?

Le nobili verità del Buddha sono vere, tuttavia i fraintendimenti sono sempre in agguato: cadere nel passivismo estremo, nell’ascetismo anacronistico, magari solo per sfamare il proprio ego in modo diverso dal classico. Se la sofferenza deriva in buona parte dal desiderio, ma il desiderio è peculiarità innata dell’uomo, allora l’uomo è destinato a soffrire per sempre? Sì, a meno che non esplichi questa sua caratteristica nel modo più originale possibile. Se vuoi capire cosa intendo con questa frase ti consiglio un paio di articoli in cui ne ho parlato.

Articoli sui desideri: Sai che il Buddha mi ha rivelato come realizzare i propri sogni? e Vuoi esaudire un desiderio? Armati di pazienza.

Se la paura affiora dall’incertezza e l’incertezza affiora dove manca l’esperienza, allora bisogna costruire la propria esperienza nell’approccio ai desideri. E questo puoi cominciare a comprenderlo negli articoli che ti ho suggerito.

Un retto esempio di esigere

Desiderare in modo puro e fruttuoso equivale al leggere un buon libro, ne è una metafora. Il processo che si sviluppa prima della concretizzazione dello scopo desiderato rappresenta le pagine di mezzo. Le gioie derivanti dalla lettura incitano ad avanzare verso la fine del libro, così come avviene quando desideriamo e ci adoperiamo per l’obiettivo. Il finale di un libro è di certo importante, tuttavia, se paragonato a tutto il resto del testo la sua durata è davvero esigua. La realizzazione dello scopo è basilare, ma non dimentichiamo che rimane il frutto di un percorso piacevole. Non mi forzerei mai a leggere mille pagine noiose e scritte male col pretesto di un bel finale.

In queste righe invece è riassunto il concetto che ho esposto in: Mi sacrifico per 2 anni perché voglio essere felice.

Due possibili strade, ma non è che te la sto raccontando?

Per concludere, abbiamo capito che la prima cosa da fare in una strada diretta verso la felicità concreta, è eliminare i dolori della vita. Chi ha letto L’arte di essere felici sa che la maggior parte dei dolori sono però connessi ai desideri, in particolare al desiderio di una felicità illusoria che sembra non arrivare mai. Quindi, non ci resta che estirpare totalmente l’impulso di desiderare e divenire monaci, oppure imparare a desiderare. E sia chiaro, scorgo già la malizia del lettore che vuole vedere uno stratagemma mendace in quest’azione.

Di solito riesco a osservarmi in modo limpido quando tento di raccontarmela… non andrei mai a consigliare ad altri la pratica di miei vaneggiamenti o teorie di cui sono insicuro o che non ho mai applicato.

Qual è la mia risposta alla sincera constatazione: Non sono felice?

Scansa i dolori, specialmente quelli che derivano dal volere le cose. Se prendersi qualcosa ti induce fin da subito a sofferenza, a complicanze illogiche, a logorarti dietro quella cosa, allora scansala, evitala. A questo punto, possiamo decostruire il modo inumano di desiderare e impararne uno nuovo, o forse uno antico, adatto a ciò che siamo.

Articoli consigliati: Come essere sempre felici? È veramente facile, a patto che…. Cos’è la verità assoluta? La saggezza dell’acqua. Che cos’è la libertà e come aumentarla oggi.

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