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Non ce la faccio più! O cambi o ti arrendi al peggio

Immagine Non ce la faccio più! O cambi o ti arrendi al peggio

Camminavamo già da quattro, cinque o forse sei ore ormai. Avevamo lasciato la vetta già da un po’. Per quanti sassi calpestavamo l’arrivo sembrava sempre inarrivabile. Non so quante volte ho ripetuto mentalmente (e non solo) non ce la faccio più… fatto sta che ho faticato per altre sei ore prima di poter tornare a casa quel giorno.

I monti sono maestri silenziosi

Le camminate in montagna mi hanno insegnato molto, su me stesso e la vita in generale. Una delle consapevolezze che l’alta quota mi ha lasciato è quella che dice: non sai quanto è lontano il tuo limite. Per quante volte io dicevo che non ce l’avrei fatta, che le gambe non ne volevano sapere di fare un altro passo, che avrei fatto meglio a dormire nel bosco, continuavo a camminare, sorprendendomi più volte delle folate di energia che mi arrivavano di tanto in tanto. Questo tipo di episodio, quando ancora si facevano quelle uscite in modalità survivor da 12/14 ore non stop, mi hanno sempre fatto capire che il limite umano è sempre molto lontano di ciò che pensiamo.

Il limite è lontano anche nella vita

Se questo può essere considerato un frangente positivo nel trekking, dal punto di vista della vita in generale diventa una maledizione. Per intenderci meglio, basta, non ce la faccio più è stato il mio mantra per molto tempo. Quante volte avrai urlato anche tu quest’affermazione? Quante volte la sentiamo dire dagli altri? Ma in quanti si soffermano con consapevolezza, e si auto-osservano nel mentre di questa costernazione? Quanti si rendono consci che il limite è ancora troppo lontano, e che veramente arrivano al limite solo quando questa frase è così usurata da essere divenuta priva di significato?

Non ce la faccio più - Compensazioni

Compensazioni inconsce

La vuoi sapere qual è la verità? È che ti piace fare il protagonista della tragedia, o meglio, è l’unica cosa che ancora puoi fare. Si tratta di una delle poche cose di cui puoi ancora godere: il tuo stato di sofferenza. Credo di non parlare per tutti i lettori, ma la maggioranza degli esseri umani si è arresa ad una vita scadente. Ogni tanto l’uomo medio riemerge, mette la bocca fuori dall’acqua, prende fiato e urla a se stesso che ha raggiunto il limite, che non può farcela. Questo serve soltanto ad accarezzare la sua parte inconscia, che sa benissimo che ce la farà anche questa volta… serve soltanto un piccolo contentino, un dolcetto, un orgasmo, un film o una serie TV.

Quando diciamo che non ce la facciamo più, in verità ci stiamo solo lagnando, e celatamente godiamo del protagonismo del nostro dolore perché la sommatoria di tutte le piccole sofferenze di una vita inumana ci colpisce ogni giorno.

Guardatemi: non ce la faccio più!

Nel ripetere quest’affermazione godiamo del nostro vittimismo mentre gli altri ci danno attenzione. Ma si tratta di un godere distorto, non tanto per la capacità di assaporare ogni evento, quanto per l’impossibilità di fare altro. Non si tratta del comportamento che nasce da un individuo felice che assapora ogni cosa proprio perché non gli serve nulla per essere felice. Stiamo parlando di un farsi piacere una situazione spiacevole perché è divenuta un’abitudine nel corso degli anni. Un’usanza nata e alimentata dalla coercizione, e non dalla libera scelta.

Per capirci, se il mio animo è in pace e sono felice, posso godere di ogni cosa mentre cammino: del canto degli uccelli, del volteggiare delle nuvole, del sasso che urta la mia caviglia e della fatica.

Se invece sono insoddisfatto della mia vita, il canto degli uccelli sarà una cosa normale e noiosa e non ci farò caso. Il vento sarà fastidioso, le gambe bruceranno, starò male, non ce la farò più. E allora non mi resterà altro che godere in modo distorto della mia sofferenza mentre cerco di scacciarla e combatterla perché non mi è rimasto altro da fare.

Questo è ciò che succede nella vita dei cittadini di oggi. Non ce la facciamo più di trascorrere le nostre giornate sul posto di lavoro. Il weekend piove, durante la settimana splende il sole e la vita vola via. Si rinuncia agli obiettivi personali, gli hobby svaniscono e lasciano il posto ai doveri. Doveri, doveri, sempre più doveri…

Il circolo vizioso da cui uscire

Passiamo la vita a fare cose che non vogliamo, impariamo a soffrire e a trarne piacere: questo è un lavoro inconscio che serve a mantenere ad un livello accettabile la propria salute psicofisica. Ci rifugiamo nei vizi per questo… cos’altro possiamo fare? Ma ciò non fa altro che svilirci ancora di più. Siamo dipendenti, schiavi, deboli, dei falliti, questo ci rende sempre meno contenti di noi stessi e sempre più insoddisfatti.

Se non piaciamo a noi stessi cerchiamo la salvezza negli altri, i nostri rapporti allora saranno contaminati da questo virus. Bisogno, dipendenza, gelosie e attaccamento portano a relazioni insoddisfacenti che ribadiscono ancora una volta quanto stiamo scendendo in basso. E ancora una volta urliamo non ce la faccio più di questa vita, e per l’ennesima volta non vediamo quanto è lontano il limite.

Spezzare le stampelle: o cadiamo e restiamo a terra o impariamo a camminare

E allora ci prendiamo la nostra dose di caffeina, o di zucchero, o di tabacco, o di sushi, o di Netflix, o di Amazon, o di Zalando, o tutte assieme, e torniamo a zoppicare. Stampelle per tirare avanti vero? E stiamo male, male, sempre più male. E inveiamo contro il signore, quando cerchiamo un motivo, una risposta; perché io, perché proprio a me. E non ci rendiamo conto che siamo tutti nella stessa barca, anche quelli che ci sembrano più felici di noi, ma che si portano dentro il nostro stesso demone.

Dai che ce la fai, dai che ce la fai… dai che magari stasera al superenalotto… Dai che magari questa è la volta buona col gratta e vinci. Dai che…

La verità è che non ce la faremo mai. Più passano gli anni e meno energia avremo. Meno energia corrisponde ad uno stato di zombie sempre più marcato, ma per fortuna, o dovrei dire per scelta, questo tipo di situazione me la sono lasciata alle spalle molto tempo fa.

Due strade, anzi tre

Oggi come oggi, dopo aver osservato la mia condizione generale e quella di migliaia di altre persone sono arrivato ad una conclusione degna di essere divulgata. Non dobbiamo assolutamente pensare di essere più furbi o più “forti” delle logiche del sistema generale. Il genio non è colui che si crede più furbo, ne ho già parlato

Parlando da una posizione molto alta, che non tiene conto di tutte le sotto-strade e traiettorie che compongono le strade più grandi, le scelte sono sostanzialmente due.

Se veramente non ce la fai più puoi fare soltanto due cose:

1-Arrenderti del tutto, rassegnarti ad essere carne da macello e goderne in modo macabro.

2-Disabituarti dalle dinamiche della vita normale, slegarti gradualmente da ogni dipendenza e dunque distanziarti sempre di più dal vecchio modello per avanzare verso uno diverso.

Esiste anche una terza strada, che è quella percorsa dal 95% delle persone. Sto parlando di quelli che si sono arresi ma che ogni tanto sperano nel gratta e vinci, nella politica, nella realizzazione immotivata del loro sogno ecc.

Il messaggio della speranza in ogni forma d’arte o spettacolo

Figli degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90, figli del boom economico. Siamo i figli di mezzo della storia vero? Non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale! La nostra grande depressione è la nostra vita. La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti… Fare i lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star… ma non è così!

Se solo ci fosse un po’ più di Tyler Durden in tutti noi, vero? Questa terza categoria di persona staziona nella prima scelta per poi, ogni tot, cercare di respirare immergendosi in un nuovo mare: spiritualità, hobby, sviluppo personale, pratiche antiche raffazzonate per occidentalotti dai portafogli gonfi. Per quanto può sembrare questa la strada numero 2 (un’evasione con una meta precisa), ne sarà solo una brutta fotocopia.

SPAZIO PROMOZIONALE: Da oggi c’è una novità. Per chi ha difficoltà a leggere su Pc o Smartphone, per chi ama leggere un libro in modo ordinato e più classico, per chi vuole dare un contributo al blog: l’Ebook del Project Excape.

O cambi o non sei stufo

Non sei veramente stufo fino a quando non agisci o non ti arrendi del tutto. Dire che non ce la fai più significa rimanere in quel 95%, in quella terza strada comune. Stressarsi, sfogarsi e compensare lo stress coi vizi non significa cambiare. Raccontarsela con un mondo migliore dopo la morte non significa agire in modo spirituale. Fino a quando dirai che sei stufo e che sei giunto al limite non sarà veramente così.

Se fino ad ora questa è stata una critica al modo di agire comune, non voglio accontentarmi di questo. sappiamo quanto sia facile criticare, pur riconoscendo l’indispensabilità della critica, se non al principio. Eppure, criticare senza fornire una strada diversa e praticabile lascia il tempo che trova. Abbiamo chiarito il tutto in modo ordinato in un percorso pratico nella serie Radice, che puoi trovare nella sezione del blog dedicato alle serie di articoli.

Per fornirti un primo esempio delle tematiche trattate ti consiglio il seguente articolo, argomento che abbiamo sviscerato in ogni suo aspetto nel percorso in questione: Cosa bisogna fare per essere felici? La risposta a qualsiasi domanda.

Non ne puoi più vero? Oh no, assolutamente no. Ce la fai, ce la farai eccome, perché avrai sempre la speranza di poter uscire un giorno da quella situazione. Avrai sempre la possibilità di vivere la tua disperazione controllata, poiché non può esistere disperazione senza speranza. O ti arrendi del tutto e rinunci alla speranza, o cambi. Ripetere ogni giorno non ce la faccio più dice il contrario: ti adatterai, ti “zombificherai”, e ce la farai, riuscirai fino alla fine a restare in vita senza aver vissuto.

Articolo consigliato: Microbiota e microbioma umano: loro decidono la tua vita. Paura del futuro? Puoi eliminarla cambiando il tuo passato. L’unico modo per acquisire il coraggio di cambiare.

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4 commenti su “Non ce la faccio più! O cambi o ti arrendi al peggio”

  1. Sto leggendo tutto su “non ce la faccio più” che google mi propone (in tutto + di 52 milioni di pagine). Si è messo anche il coronavirus, aiuto !

    1. Andrea Di Lauro

      Bé, innanzitutto c’è la presa di consapevolezza, cosa che non in molti afferrano in questo tipo di situazioni: se stai dicendo che non ce l’ha fai più non è vero, il limite è ancora lontano. Non è da sottovalutare il fatto che molte volte si tratta di una richiesta d’aiuto più o meno inconscia. Concretamente, un punto di partenza (CONCRETO) può solo avvenire da qua.
      Infine, spero tu non abbia letto velocemente, so che l’internet ci porta a questo. Per contrasto e non a caso ho inserito quel piccolo disclamer a lato di ogni articolo: “questo non è un blog da lettura veloce”. Difatti, come ho fatto nella maggior parte degli articoli, anche in questo ci possiamo trovare una conclusione concreta: il rimando alla serie Radice. Più concreto di così. Più concreto del cibo, dell’aria, del sole, della mente e del corpo in movimento…

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