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L’eterno ritorno dell’uguale: come Nietzsche può salvarti la vita

Immagine L’eterno ritorno dell'uguale: come Nietzsche può salvarti la vita

Rimbaud diceva che la vita vera è altrove, e invece no. No! La vita vera è qui; è qui! È sempre qui e ancora qui. E ancora, e ancora, e ancora…

Non c’è vera vita nella speranza che, una vera vita, più giusta o più meritevole, sia altrove. Non buttiamo via l’opportunità di essere vivi ora, dovessimo rivivere i nostri dolori e le nostre disgrazie cento volte, un milione, per l’eternità. Questa è l’essenza dell’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche. O ciò che io ne ho tratto.

Potevamo scegliere la strada comoda

Il sommo Friedrich non è certo uno di quelli che te le manda a dire, o che vuol indorare la pillola, o che cerca di farti adagiare sulla bambagia: dirti ciò che ti può tranquillizzare al momento ma che si dimostra deleterio a lungo termine.

In questi anni mi sono accorto delle numerose somiglianze tra noi e il pensiero nicciano, anche se sono privo di quella propensione nichilista, o tratti troppo pessimisti che il filosofo di tanto in tanto emanava. La prova di ciò la si può ricavare senza investigazioni temerarie da molti post del blog, ad esempio: Cosa bisogna fare per essere felici? La risposta a qualsiasi domanda.

Nemmeno il Project Excape ha voluto cedere alle seduzioni dei modelli già tarati e rodati. Mi riferisco all’utilizzo di categorie standard che riescono sempre ad attirare le persone che si identificano in esse. Non ci siamo perciò atteggiati a guru spirituali, non abbiamo detto:

“mi sto sacrificando per te! La nostra missione è quella di aiutare gli altri! Vogliamo cambiare il mondo!”.

Non abbiamo violentato ciò che siamo trasformandoci in attori (all’apparenza) gentili e con la vocina gentile. Non abbiamo fatto tutto questo pur sapendo che, probabilmente, avremo avuto molto più seguito.

È di persone unite a cerchio attorno al fuoco che abbiamo bisogno, non di palchi

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Non vogliamo essere seguiti da nessuno, preferiamo un’interazione paritaria, anche se sappiamo di far parte di una elite composta da pochi individui al mondo. È inutile fare i finti modesti, a noi la falsità da fastidio. È raro che (sia io che Alessandro) ci troviamo completamente in sintonia con le persone. Non fraintendere, intendo dire che è raro approcciarsi a persone che non siano noiose. Che, al contrario, abbiano argomenti stimolanti, o semplicemente siano capaci di essere. Si tratta semplicemente di essere, non di rappresentare pedissequamente gli usi e i costumi del luogo che si vive; della regione, dello stato, della cultura occidentale…

Un mondo cattivo ci rende cattivi

È con questo piccolo preambolo che mi ricollego all’eterno ritorno dell’uguale. Non siamo dei cinici, o dei nichilisti che vedono solo il marcio della società contemporanea. La sincerità però non deve essere minata. La direzione della barca la possiamo vedere tutti, è inutile dare la colpa a qualcuno, ma il marcio è molto più consistente del restante.

Questa consapevolezza dell’imminente affondo giunge in ognuno prima o poi, cosa che va a condizionare l’opinione che si ha dell’uomo, del mondo e della vita nei suoi termini generali. Senza possedere uno spiraglio di quella che è la visione generale delle cose, possibilità concessa a tutti ma ancora per pochi (così sembra), è probabile essere manovrati da convinzioni false. Quelle che dicono che la vita è una merda, che è una punizione. La vita in fondo è solo noia e sofferenza con qualche sprazzo di felicità, non è vero? Oppure quelle che vedono l’uomo come un essere malvagio, privo di libero arbitrio, guidato dai suoi istinti più abietti e perversi.

Il tutto deve per forza portare a una concezione pessimista travisata nel realismo, oppure in un cinismo, in una risposta egualmente cattiva con chi è stato cattivo con noi: gli altri, la vita, il mondo.

L’eterno ritorno dell'uguale

L’eterno ritorno dell’uguale

Ma fermiamoci un attimo, ripensiamo alla nostra vita, a tutti i momenti che abbiamo vissuto. La maggior parte sono stati dolorosi, noiosi, sofferenti, e immaginiamo di doverli rivivere cento volte, mille, anzi, per sempre. Chi mai potrebbe voler sopportare una simile tragedia? Chi mai avrebbe la forza (conscia) di rivivere in eterno la stessa vita e le medesime esperienze dolorose?

Quella volta che ci siamo rotti il polso cadendo dalla bicicletta a cinque anni. Quella volta che la febbre ci ha quasi bruciato i neuroni da tanto la temperatura era salita. Quella volta che ci siamo svegliati da un incubo e abbiamo acquisito la consapevolezza che un giorno dovremo morire. Quella volta che ci hanno spaccato il cuore, o che abbiamo perso un amico. Quella volta che abbiamo perso un parente, un genitore, un figlio.

Come si può riuscire a sopportare o addirittura, come diceva Nietzsche, a desiderare una simile possibilità senza cadere in depressione? Com’è possibile accettare l’eterno ritorno, ancora e ancora senza arrendersi, divenire deboli, acidi o cinici nel senso malevolo del termine?

Ora sono vivo

Questa è una delle possibilità del dopo morte che più ci mettono alla prova e che annullano le possibili fantasticherie e illusioni rassicuranti degli uomini di religione o facenti parte delle moltitudini spirituali. Saprai che non parliamo di ciò di cui non si può parlare, quindi non andremo a dire che è più vera una teoria piuttosto che un’altra. In questo caso, prendiamo in causa la possibilità di dover vivere in eterno la stessa esistenza e ne rapportiamo gli effetti nell’unica cosa certa in questo momento: la nostra vita.

Se sono certo di una cosa è di essere vivo in questo momento. Se non sei certo nemmeno di questo ti consiglio: Il velo di maya: il cucchiaio esiste o non esiste?

E da questo e solo da questo parto, perché il mio unico scopo nella vita è vivere. L’unico scopo che può millantare il merito di avere ogni scopo, senza doversi per forza limitare o identificare in un personaggio manovrato da un unico obiettivo nella vita. Questo modo di pensare (l’avere uno scopo, una missione) è figlio del periodo post rivoluzione industriale, dove la propria missione, scopo, vocazione risponde sempre a una qualche forma di mansione lavorativa.

In verità non potreste portare maschera migliore del vostro stesso volto, uomini del presente. Chi mai potrebbe riconoscervi (Nietzsche).

Probabili ripercussioni di questo pensiero

Se ognuno di noi parte da questo punto neutrale e prende per verosimile la teoria nicciana dell’eterno ritorno, a mio avviso possono accadere due cose.

La prima, la più probabile, è quella di cadere in una depressione più o meno consapevole. L’esperienza però può variare come abbiamo detto in varie forme di cattiveria, o di paranoia, seghe mentali, ecc. Anche se, in tutta probabilità, queste paranoie si completeranno in una risposta negativa verso il pensiero dell’eterno ritorno. Prendere per buona questa teoria alla maggioranza provocherà dolore e renderà visibile l’iniquità della propria vita.

Ci sono vite che durano soltanto un secondo: tutto il resto è oblio (Satprem).

La seconda invece, quella sperata da Nietzsche, è giungere alla volontà di potenza, a un uomo forte nel senso filosofico. A un uomo oltre l’uomo che abbia la capacità di comprendere, e conseguentemente, la forza di desiderare questo momento come eterno. Qualunque esso sia. Questo modo di pensare alla vita, e addirittura al cosmo se vogliamo spingerci oltre, che non a caso il suo moto circolare ci suggerisce questa possibilità, è di un coraggio indicibile. E se lo si può fraintendere come l’atto più audace del samurai che sacrifica ogni cosa per riuscire a giungere a ciò, io lo vedo come l’atto più ottimista mai espresso. Ottimista non nel senso di una speranza futura, ma proprio di una forza positiva inscalfibile che guida l’uomo, capace di ciò, nell’eternità, di rivivere ancora e ancora i propri errori, le abrasioni sentimentali, la perdita, il distacco, e addirittura desiderarlo nello stesso momento in cui lo si vive.

Desiderare l’istante significa godere nel modo più sincero

Di questo si tratta, o vivere l’esperienza o desiderare di essere sempre altrove da dove siamo. La potenza di questa teoria è farci desiderare ogni istante della nostra vita, non rinnegare nulla, vivere senza fuggire nei cieli. Lungi dalla presunzione di poter essere delle divinità, ma soltanto uomini, ma che uomini…

Senza (fai attenzione) la forzatura di dimostrare qualcosa al mondo, né a noi stessi. Senza illudersi e sforzarsi di godere di istanti che ci fanno soffrire come cani bastonati. Desiderare l’eterno ritorno dell’uguale non può essere che una risposta completamente sincera, ed è proprio qua che risiede la maggior difficoltà. Come sempre, mettiamo sempre in guardia il lettore dal raccontarsela. L’accettazione attiva è la chiave, poiché la serratura si nasconde sempre nell’apparente irrazionalità del paradosso.

Vorrei spartire i miei doni finché i saggi tra gli uomini tornassero a rallegrarsi della loro follia e i poveri della loro ricchezza (Nietzsche).

Usare l’eterno ritorno di Nietzsche ogni giorno

Desiderare la propria vita, magari una vita considerata di merda, ancora e ancora e ancora in modo sincero può essere l’atto più difficile di qualsiasi essere senziente. Tuttavia, se si parte da una base sincera e libera dalle illusioni, può essere l’azione che ci porta all’oltreuomo, o come diciamo noi: al vero uomo.

Mi rendo conto della sottigliezza del discorso, della difficoltà insita in quest’azione, o soltanto nel ragionamento, ma vorrei far capire che non siamo qua soltanto a ragionare. Chi sente che questo pensiero può trasformare concretamente in meglio la propria vita, che può rendere più sincera ogni esperienza, allora può cominciare a tradurla nel quotidiano. Desiderare ogni istante sarà una delle sue missioni da oggi, mentre gli altri possono passare oltre, o aspettare il momento in cui si sentiranno pronti per l’eterno ritorno dell’uguale.

Questa filosofia d’azione è una delle poche che ci rende degni di capire quanto sia prezioso ogni istante, pur dicendo al contempo che esso si ripeterà infinitamente. lo senti l’aroma di paradosso?

Chi comprende può rallegrarsi di ogni istante, essere conscio della propria insignificanza, e rallegrarsi anche di questo. Perché è quando ci si rende conto della propria insignificanza che si diviene “potenti”. Non si ha nulla da perdere e nulla per cui combattere, questa è pace, questa è la forza più ambita.

Se sei pronto ad accettare l’eterno ritorno come possibilità e non come verità assoluta, così da tradurlo in comportamento empirico, la tua esistenza ne trarrà grande beneficio. Oppure no, dipende da quanto sei sincero. O cadrai in paranoia o t’eleverai.

E te leverai dal… ehm, prima o poi. 😉

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