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L’arte di essere fragili, una recensione anti-fragile

Immagine L'arte di essere fragili, una recensione anti-fragile

[quote author=”L’arte di essere fragili”]Sì è poeti quando si ha fede nei talenti, cioè non nelle nostre abilità ma nelle cose che ci sono affidate. Ed esse fioriranno e faranno fiorire noi.[/quote]

Queste brevi parole di L’arte di essere fragili mi hanno fatto ripercorrere la mia esperienza con la scrittura. Mi rivedo molto in questo, perché non mi sono mai sentito uno scrittore. Addirittura, il mio desiderio era quello di scrivere un unico libro e finirla lì. Invece, come dice il D’Avenia in questa sua opera, è come se la scrittura mi fosse stata affidata, anche se non mi ritengo particolarmente talentuoso in tale arte. La prova è questo continuo susseguirsi di idee e progetti che sembrano avere volontà propria, e che spesso superano la mia sporadica volontà di smettere di scrivere.

L'arte di essere fragili - Recensione #8

Oggi ti parlerò di L’arte di essere fragili. Il motivo è che tocca argomenti affini al Project Excape. Senza dilungarmi troppo sullo stile di scrittura, che è veramente sopraffino, vorrei far conoscere alcuni degli argomenti che hanno stimolato il mio interesse, ed altri che contrastano la mia filosofia.

Del mio scrivere

[quote author=”L’arte di essere fragili”]Ognuno nella vita ha almeno un minuto di nitida chiarezza, luce e gioia d’essere al mondo come portatore di una novità irreplicabile. Questo è l’inizio della felicità mi hai detto: come possibilità da abitare e far fiorire.[/quote]

Ritengo di esser stato posseduto da quel minuto (altrimenti non avrei fondato questo progetto), un momento che è esploso come un big bang, da cui ha preso vita un universo diverso, differente dal vuoto che esisteva prima nella mia vita.

È proprio da quel big bang innescato da una gioia sincera che è nata la passione, il sano bisogno di scrivere e conoscere, dove l’ordine di questi due fattori non è un caso. Sì, perché ho cominciato prima a scrivere, a gettare fuori, e poi a conoscere, a immagazzinare. Questa è una dinamica che ritengo molto più sincera: in questo modo diventa più raro identificarsi nei credi o nelle informazioni che si apprendono. Per merito di questo percorso oggi posso parlarvi del libro in questione da una prospettiva distaccata, come sempre cerco di fare per ogni argomento.

L'arte di essere fragili - Pessimista?

Leopardi: un pessimista fallito… o forse no?

Sono tre le tematiche che più hanno colpito il mio interesse, ma per prima cosa sono rimasto veramente sorpreso del personaggio protagonista: Giacomo Leopardi.

Io, come molti altri d’altronde, peccando di superficialità, ho sempre giudicato il poeta come un miserabile pessimista, un fallito che cercava ristoro negli astrattismi e negli inconcludenti soliloqui. In fondo, in piccola parte c’è anche del vero, ma Leopardi era molto più di questo, e dico grazie a questo libro che mi ha fatto scoprire un personaggio, non nelle mie corde, ma da cui trarre numerosi insegnamenti.

In L’arte di essere fragili, l’autore si ispira agli scritti del poeta e li analizza in modo cronologico, dalla sua tenera età fino alla sua morte. In questo modo abbiamo un’informazione biografica sul Leopardi che però non rischia di divenire troppo scolastica e noiosa. L’autore è stato veramente un maestro in questo, non si è fatto irretire dalla semplicità del banale lavoro di ricopiatura, né dal costruire un manuale di regole per una “vita leopardiana”.

Questo non è un libro per chi cerchi semplici regole di vita, che in molti casi risultano sterili e perdono il loro vero scopo, dato che ogni caso va indubbiamente personalizzato. Questo è un libro che più che istruire ispira, rapisce, come viene spesso scritto al suo interno, e lo fa in modo egregio.

L’ardore dell’adolescenza

Ciò che maggiormente mi ha attirato sono gli scritti sul periodo adolescenziale di Leopardi e le rispettive esemplificazioni di D’Avenia. Si respira una grande comprensione di questa fase dell’età umana, sia da parte del poeta che dell’autore del libro, da cui non può che sfociare un grande amore per l’adolescenza. Quando conosci a fondo una cosa allora la puoi amare.

C’è una passione sentita e una grande competenza, e non è un caso, dato il lavoro d’insegnante a contatto quotidiano coi giovani da parte dell’autore. Non riesco ora a non pensare al passato, lasciandomi andare in qualche stupido rimpianto, anche se non è il rimpianto in sé ad essere stupido, quanto il rimpiangere. Se avessi avuto io D’Avenia come insegnante, forse magari avrei preso un indirizzo scolastico più affine a me, forse avrebbe acceso in me quel rapimento utile a farmi prendere quella direzione. Non lo si può negare dopo aver letto queste parole:

[quote author=”L’arte di essere fragili”]In quest’epoca si parla tanto di adolescenti, ma si parla troppo poco con gli adolescenti. Parlare con un adolescente non è articolare un elenco di “devi” o “dovresti”. Non guadagna la fiducia dei ragazzi chi la cerca scimmiottando la loro adolescenza, ma chi partecipa alla loro vita, scegliendo volta per volta la giusta distanza. Solo se io so che cosa ci sto a fare nel mondo metto in crisi positiva un adolescente, che non vuole gli si spieghi la vita, ma che la vita si spieghi in lui, e vuole avere a fianco persone affidabili per la propria navigazione. Se un adulto fa l’adolescente di ritorno inganna i ragazzi: penseranno che diventare adulti è desiderare di tornare indietro o provare rimpianto per qualcosa che non si ha più. Vorrebbero essere sicuri di se stessi e invece dobbiamo aiutarli a essere sicuri di essere se stessi, cominciando ad accettare ciò che sono e non caricandoli di “io” immaginari e irraggiungibili. Per questo in noi devono trovare chi è sicuro di essere se stesso, fragilità comprese, inadeguatezze comprese, fallimenti compresi, insomma limiti compresi.[/quote]

Desiderio Vs Insicurezza

Per mia fortuna non ho mai avuto genitori o parenti padroni, quelli dal dito costantemente puntato, quelli oppressivi e inconsciamente desiderosi di trasformarti in una loro copia. Come diceva anche il buon Eco, l’insegnamento attecchisce maggiormente nei figli durante i tempi morti, quando non ci si preoccupa di educarli. Dall’altro lato, però, non c’è mai stato nessuno che mi indicasse una direzione, che fosse da esempio, ma questo come per milioni di altre persone.

Non sono di certo qua a piangermi addosso, perché oggi posso vedere come si è sviluppata la mia esistenza. Voglio usare il mio esempio per rimarcare la questione dell’insicurezza ma al contempo dell’ardore presente nell’età giovanile. Sempre dall’opera in analisi, nell’adolescenza abbiamo una chiara consapevolezza di fragilità, di insicurezza, soggetta a tutta l’insufficienza della vita, contrapposta a una sovrabbondanza di desiderio. In pratica, in quest’età possediamo un’energia, una forza vitale ai massimi livelli, cosa che a mio avviso dovrebbe permanere in modo più o meno uguale per l’intera esistenza. Ma come ho sempre spiegato in questo blog, una vita inumana infilza giorno dopo giorno il nostro comparto energetico e ci trasforma in scimmie ammaestrate.
Il possedimento di vigore vitale non può che generare l’espressione umana primaria: creare. Ma prima dell’espressione creatrice abbiamo il desiderio. Quest’ultimo non è che il semplice risultato dell’ardore, della forza energica.

Energia = Desiderio = Creare

Una persona che ha energia è libera di desiderare, di creare, di giostrare il puzzle della realtà a piacimento. Una persone senza energia può solo conformarsi al tipo di esistenza comune e vigente. Abbiamo dunque nell’adolescenza un’abbondanza di desiderio che si scontra con le limitazioni della personalità. Limitazioni che si chiamano: poca esperienza, e perciò insicurezza; estremo paragone e quindi sentimento d’inferiorità; trascuratezza da parte del mondo adulto e quindi evasione in mondi fantastici e spreco dei talenti in ambienti futili.

Così, qualcuno potrebbe dire che col passare delle generazioni questo fatto è diventato sempre più presente, abbiamo una tendenza alla resa nell’età fatta per l’eroismo. Io posso capire l’uomo di mezza età che si arrende dopo un decennio o due di continui attacchi al suo organismo fisico mentale e perciò spirituale, ma vedere un essere nel pieno delle sue potenzialità arrendersi alla zombificazione fa sempre storcere il naso, come minimo.
E pensare che pure io in passato ho commesso quell’errore, ma per mia fortuna ho scoperto come protrarre questo vigore adolescenziale anche in età adulta. Ed ora, all’età di trentatré anni, quell’energia si fa sentire come quando ne avevo quindici. Ora, però, so dove indirizzarla; non c’è più quel senso di spreco della vita.

Qualcuno invece prende sottogamba le paranoie dell’adolescente, eppure, rimestando anche nei miei ricordi, non posso che dare ragione a Leopardi quando scrive sui dolori di quell’età.

[quote author=”Zibaldone”]È cosa indubitata che i giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita in questa impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale.[/quote]

Incanto e disincanto

Questo però non deve essere il pretesto per far diventare il giovane o addirittura l’infante il capofamiglia. È un fenomeno che noto molto spesso, e che una volta (fino a vent’anni fa) nemmeno ci si poteva sognare. Non si può dare il ruolo di cocchiere al giovane, manca di esperienza. Un’unica cosa serve all’adolescente, la vicinanza e l’amore di un adulto che sa chi è, e che ha mantenuto in lui quell’energia, quell’ardore.

Dopo questo, vi lascio la domanda che conclude il capitolo su quest’argomento: come non scivolare dopo l’incanto giovanile nel disincanto adulto? Una possibile risposta la si può trovare nella nostra serie Radice.

La felicità per Leopardi

Non poteva certo mancare quella bella parola che spesso avete letto in questo spazio online: la felicità. Questa è un termine che ho ripetuto così spesso, data la mia divulgazione, che ormai ha perso qualunque significato, per me.

In una precisa parte del testo, viene riportato un discorso di Leopardi che mai mi sarei aspettato da lui. Così come mi sono sorpreso, qualche settimana fa nel leggere un tratto dello Zibaldone che parlava del rapporto tra uomo e natura. Vi consiglio di leggere questo estratto che ho già pubblicato sulla nostra pagina Facebook.

In entrambi i casi sono rimasto positivamente sorpreso: mai mi sarei aspettato che le parole del re del pessimismo fossero in armonia con la filosofia del Project Excape, sia quando parla di uomo e natura, sia quando dice che è la storia che crea le condizioni di infelicità, la storia intesa come le tradizioni, gli insegnamenti e le restrizioni che formano lo stile di vita. La natura dell’uomo però è la felicità, che viene corrotta dalla storia. Se allora si recupera quella condizione idilliaca di rapporto con la natura, ecco che ci sarà nuovamente la vita felice, normale e naturale.

L'arte di essere fragili -Felicemente Infelici

Essere felicemente infelici

Ripeto, mai avrei pensato di trovare queste esposizioni in Leopardi, dato il mio errore nello snobbare il poeta di Recanati. E non sono certo finiti qua i rapimenti, le ispirazioni sulla felicità che mi hanno fatto sorridere, specialmente quando ho letto le parole “essere felicemente infelici quando non ci si riesce”. In questa frase è forse racchiuso una delle poche consapevolezze per comprendere sinceramente cos’è la felicità. Per una miglior comprensione riporto il paragrafo per intero:

[quote author=”Giacomo Leopardi”]La fedeltà al proprio destino, che non a caso i greci chiamavano moira, cioè parte assegnata, è l’unico modo di essere felici su questa terra e di essere felicemente infelici quando non ci si riesce, perché il principio di ispirazione che ci guida ha l’ardore per poter bruciare l’ostacolo e il fallimento, anzi trova in esso il materiale per rinnovare il fuoco.[/quote]

Non tutte rose e fiori in L’arte di essere fragili

Come anticipato all’inizio, ho trovato anche delle informazioni che non sono in armonia al Project Excape. Tra le varie, ne ricordo una sempre in merito alla felicità, la quale sembra vada a smentire quella precedente. Forse perché quest’ultima è stata scritta in tarda età, quando il poeta era ormai debilitato da una vita da recluso, dovuta alla sua malattia. Dice il Leopardi:

[quote author=”Giacomo Leopardi”]La felicità è solo il parto di un cuore inadeguato, come una reliquia dimenticata dall’infinito in noi, un infinito non presente da nessun’altra parte, desiderabile quindi, ma non raggiungibile.[/quote]

Si nota univocamente quanto le condizioni generali esterne ed interne possano far mutare le nostre considerazioni su questioni importanti quali la felicità. È facile essere positivi quando tutto va per il verso giusto ed è facile essere negativi quando tutto va storto, mi verrebbe da dire. La vera forza è rimanere obiettivi e distaccati, azione che si può conseguire sempre avendo un buon bagaglio di energia. Mi viene in mente un altro accorgimento di Alfred Adler su cui ci ho costruito un articolo: La nostra opinione sui fatti importanti della vita dipende dal nostro stile di vita. Quanto è vero.

L’elogio della fragilità non deve diventare l’elogio della deformità

Quello che andrò a dire ora potrebbe far irritare le persone che sono più identificate in questo settore, ma è ciò che penso, e non voglio censurarmi. In L’arte di essere fragili viene spesso esaltata questa fragilità dell’essere umano, riferendosi spesso alla condizione di malessere di Leopardi. Si cerca di guardare al buono della sua malattia, alle sue sofferenze per amori non corrisposti, talenti repressi o poco riconosciuti, ma in particolare alla sua condizione cagionevole. Il classico discorso del poeta maledetto, dove tutto il suo saper ispirare proviene dal suo struggimento.

Sia in quest’opera come anche in moltissimi altri media, programmi TV, storie ecc. vedo spesso questa tendenza all’esaltazione della sofferenza, della deformità (deformità intesa come differenza dal disegno originale, come natura progetta.. è vero che siamo tutti diversi, ma un uomo che nasce senza un arto non può esprimere appieno le sue qualità d’umano).

Sembra che la strada per ogni successo sia solo la sofferenza e il sacrificio. Ma che senso avrebbe trascorrere un’intera vita o soltanto metà della vita tra sacrifici e sofferenze per godere di qualche successo di breve durata? Senza contare che chi predilige queste teorie spesso non conosce nemmeno la differenza tra dolore e sofferenza.

A mio avviso si cerca di sublimare una condizione inumana, malata, e ultimamente transumana. Guardiamoci attorno, chi è più sano? Abbiamo accettato un’esistenza malata come se fosse normale.

Col mio discorso non intendo dire che il mondo dovrebbe essere un paradiso, un paese dei balocchi privo di sofferenza e difficoltà. Ma è quando viviamo intensamente la sofferenza, senza rifiuto che cominciamo a comprenderla, così da poterci lasciare alle spalle una vita fatta di sofferenze.

Addentrati nella sofferenza e sarai sofferenza, e non soffrirai più

È quando impariamo a pensare, e dunque a capire chi siamo, e dunque a vivere che ci allontaniamo da una situazione malata, da un corpo malato, da una mente malata, da uno spirito annichilito.

A ciò non si giunge col sacrificio, col duro lavoro, con la forza di volontà, no! Soltanto con la presenza di quell’ardore giovanile saggiamente indirizzato. Soltanto con un gran bagaglio di energia vitale che dispone le basi per il giusto stato d’animo, che in modo automatico crea azioni, che riportano risultati e che risanano lo stato d’animo.

C’è il rischio di un messaggio deviante in queste argomentazioni, perché la deformità non è meglio del disegno originale, non facciamo gli ipocriti. Quale paralitico preferirebbe la sua condizione rispetto a un corpo in salute?
Sì, è vero, determinate condizioni di privazione, se vissute e non rifiutate portano a sviluppare capacità diverse, ad aprire nuove vie. Ad esempio, il paralitico potrebbe sviluppare un’invidiabile immaginazione e diventare uno scrittore famoso, ma scommetterei ogni centesimo che sarebbe pronto a barattare ogni suo denaro per poter nuovamente correre e rotolare giù dalla collina, poiché questa è l’espressione umana.

Anche se non del tutto, si può sempre guarire, ciò che importa è la direzione intrapresa

A un uomo che è malato, anche gravemente non viene di certo negata la comprensione della felicità, anzi, sarà essa stessa a far trovare strade diverse, adatte alla sua condizione. Questo però, a condizione che la malattia venga vissuta, ma questo accade raramente. La società esalta la superficie, spettacolarizza la sofferenza rendendola sfida da vincere, ma non mostra mai i retroscena. Non mette sotto i riflettori il quotidiano, dove il malato non sa più che fare per il dolore, dove viene logorato dall’incessante strazio per ciò che gli è precluso. È molto improbabile dunque, anche in quel raro caso che un uomo di questo tipo trovi la felicità, che essa accresca. È vero che una volta riottenuta sarà sempre presente (parliamo di felicità reale, non di euforia), ma nella maggior parte di queste situazioni rimarrà latente e poco sentita.

Forse in quest’ultima parte dell’articolo sono diventato troppo Leopardiano. 🙂 Scherzi a parte, consiglio di leggere L’arte di essere fragili in modo che anche voi vi lasciate rapire da questo testo: fatti ispirare, ma a tuo modo, non dimenticando che potrà essere d’aiuto a farti riconoscere le tue fragilità e l’importanza di esse, senza però correre il rischio di esaltarle. Accettare ciò che si è si dovrebbe tradurre in un’azione attiva, un processo di modifica in divenire, non uno stazionare passivo, non un’ipocrita scusa per dire: tutto va bene così, sono quel che sono e non cambio nulla.

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