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L’arte della Felicità, un film che te le canta ma dovrebbe suonartele

Immagine L'arte della felicità, un film che te le canta ma dovrebbe suonartele

L’arte della felicità è un film d’animazione italiano. Il lungometraggio ha avuto l’onore di prendersi alcuni premi e riconoscimenti, tra cui una menzione speciale e il titolo di miglior film italiano alla settantesima mostra cinematografica di Venezia.

Analisi non cinematografica

Dato che sono un appassionato del tema non potevo lasciarmi sfuggire quest’opera, che ho guardato con molta attenzione. Hai presente gli esperti di cinema che analizzano una film mentre lo guardano, anche se si tratta di un lavoro che non ti permette di goderti al 100% l’esperienza? Ecco, io ho fatto la stessa cosa. Ritenendomi senza alcuna remora un esperto del tema felicità, dato che sono 10 anni che ne sondo i mari, ho analizzato la pellicola trascendendo il semplice intrattenimento.

Prima di cominciare vorrei dire che all’interno del film ho ascoltato molte affermazioni acute e sensibilizzanti, ma anche informazioni un po’ fuorvianti: quelle che rimarcano alcuni luoghi comuni sulla felicità. Non sarò quindi né di parte né nemico. Come sempre ho cercato di guardare all’esperienza da una prospettiva più distaccata. Cercherò inoltre di non rivelare troppo dello svolgimento (per chi non ha visto il film) anche se qualche spoiler è inevitabile.

L’arte della felicità: ciò che cerchi lo trovi

L’arte della felicità vede come protagonista Sergio, un musicista di Napoli che ora fa il tassista. Per farla molto, molto breve, l’intera vicenda si svolge quasi completamente con Sergio che guida il Taxi mentre dialoga coi suoi clienti. Oltre a questo il film spazia tra i ricordi del passato, di alcune vicende tra il protagonista e suo fratello, a cui era molto legato. I due suonavano assieme, ma a un certo punto della vita, il fratello decide di “abbandonare” Sergio per prendere i voti da monaco. Questa è la più grande batosta per Sergio, che si vede privato del suo scopo primario, fare musica, e della presenza del fratello (che in seguito morirà). Tutto questo però è stato necessario al processo di avvicinamento all’esperienza di pura felicità. Dalla sofferenza spesso prendono vita le “missioni” più vivificanti della nostra esistenza.

Sul taxi fanno la comparsa personaggi variegati da cui si possono apprendere messaggi più o meno adatti a ciò che si sta cercando. Questo è uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente. Abbiamo una donna di cui non voglio anticipare nulla, lo zio Luciano, le apparizioni di Alfredo, ossia il fratello scomparso, un ex poveraccio diventato milionario e uno speaker della radio. Proprio dal programma per cui lavora quest’ultimo, prende il nome il film: per l’appunto, L’arte della felicità.

L'arte della Felicità - Maestro

Il miglior maestro: lo zio Luciano

Per quanto alcune delle perle dello speaker siano stimolanti il personaggio che a me è piaciuto maggiormente è lo zio di Sergio: Luciano. All’interno dell’opera vengono toccati molti argomenti di spessore culturale o spirituale, per chi sa riconoscerli. Ad esempio il concetto di Karma, la reincarnazione, addirittura il concetto di eterno ritorno del sommo Nietzsche. Devo tuttavia ammettere che, per me, l’ironia priva di pretenziosità di zio Luciano ha vinto su tutti.

Riporto uno dei dialoghi tra Sergio e lo zio per avere qualche assaggio di ciò che ho scritto, anche se nel film hanno molta più presa emotiva. Durante la crisi che fa da sfondo a tutto il film, Sergio chiede allo Zio:

Sergio: Zio Luciano, è che io non ricordo più chi sono…
Zio: Ma che vuol dire non ricordo? E come se uno chiedesse “scusi, si ricorda che ora è?”. Siamo qui, siamo ora, siamo quello che possiamo, quello che ci riesce meglio.
Sergio: Be’, si vede che la cosa che mi riesce meglio è ricordare. Ossessioni e ricordi sono ciò che sono.
Zio: Veramente? E allora butta nel cesso anche quelli, e vediamo se di te non resta più niente.
Sergio: Zio Luciano, ma chi ti ha insegnato a vivere così in pace coi tuoi ricordi?
Zio: Ah, non ricordo, forse l’arteriosclerosi.

Motivazione = inutile illusione euforizzante

Ma L’arte della felicità, come ho anticipato all’inizio, non è tutto rose e fiori. Abbiamo anche i classici episodi che servono da mera motivazione, da esempio euforizzante che, fa sempre la sua holliwoodiana figura ma che a me ormai tediano soltanto. Non è tanto una questione di gusti quanto di vera utilità. A mio avviso i contenuti motivazionali sono un veleno, e se vuoi scoprire il perché di questo ti consiglio: Perché il motivatore personale ha fallito.

Anche in questo caso abbiamo il classico esempio di due poveracci che diventano ricchi costruendo oggetti dalle cose buttate in discarica. Questa è la mia felicità, dice uno dei due a Sergio mentre attende che il taxi lo porti a destinazione, rivendo alla gente cose buttate.

Nulla di fastidioso per chi non ha le idee chiare sul reale stato di felicità, ma questa storia del: “a me rende felice quello, a me rende felice questo” è una delle più errate e fuorvianti dell’intera questione. Senza parlare dei triti e ritriti esempi del milionario poveraccio che da un garage, o in questo caso da una discarica, partorisce l’idea del secolo e fa i milioni. Storie extra-ordinarie di cui non si raccontano tutti i retroscena e che servono da falso mito, da esempio, in modo che gli spettatori continuino a correre sulla loro ruota.

Per entrare in quest’argomento e conoscere la visione di questo progetto invece, ti consiglio: Il significato dell’atarassia, realizza i desideri ma non la felicità. Concludi con calma questo post e poi torna su tutti quelli che hanno stimolato il tuo interesse.

Si può essere felici senza un futuro?

Sergio ascolta spesso il programma L’arte della felicità mentre è alla guida, e dal canale si possono trarre molti spunti. Mi è rimasta impressa una domanda che fa lo speaker, e non nego di aver vacillato i primi minuti. Non sono abituato a rimanere spiazzato riguardo alle informazioni sulla felicità, ma in questo caso la mie risposte non sono uscite automaticamente come sempre. Sarà perché era tarda sera, mettiamo quindi nell’equazione il dovuto rincoglionimento, ma alla domanda si può essere felici senza un futuro? non ho saputo rispondere subito.

Ti chiedo di pensarci e di provare a dare le tue risposte dopo aver concluso la lettura. Non c’è un tempo limite, puoi ragionarci anche anni volendo. Puoi rispondere a te stesso, o se ti va, scriverle qua sotto nei commenti, o sulla nostra pagina Facebook. Sarei molto curioso di leggere le tue risposte. Da canto mio, non ti darò alcuna risposta, servirebbe un altro articolo per argomentarle, che è una bella idea per un post futuro.

Altri messaggi radiofonici

E non pensi che qualcuno si ribellerà? Continua lo speaker nel suo discorso, Solo se qualcun altro gli toglie i telefilm. L’infelicità non ha nessun motivo.

In questa fantastica rappresentazione dell’uomo medio, divanizzato di fronte ai telefilm, viene lanciato un messaggio che secondo me non ha fondamento. Viene detto che l’infelicità non ha motivo, ma a mio avviso ne ha eccome. In sostanza è tutto ciò che compone una vita inumana a portare un essere che nasce felice all’infelicità. Rendiamoci conto che oggi siamo degli esseri viventi che rendono ipotetico il suicidio come soluzione ai vari problemi e domande. Solo questo riesce a spiegare che vita abbiamo creato nel corso dei millenni. Se un leone in gabbia non è felice ci sono dei motivi ben precisi, non è più un vero leone. Non corre più nella savana, non segue più la sua preda naturale e non si ciba più di essa, viene alimentato a carcasse e a pastoni a basso costo. Non è libero di riposare quando vuole e di cacciare, la sua vita è scandita dai bisogni dei suoi padroni umani. Stessa cosa succede all’essere umano. Oggi il 98% dell’umanità è infelice perché non è più umana, così come il leone.

Una scimmia in gabbia che crede di essere uomo

È la felicità a essere immotivata. L’unico motivo, che non dovrebbe essere considerato tale (quindi sarebbe meglio dire l’unica normalità), è una vita in rispetto della propria natura. Un leone è naturalmente felice quando vive la vita da leone così come l’uomo è felice quando vive la vita da uomo.

Ci dobbiamo svegliare vi dico, ma non ci sveglieremo! Quest’ultima raccomandazione dal programma radiofonico però dice tutto. O almeno, e ciò che io ho interpretato. Ci dobbiamo svegliare, ma i messaggi, i consigli, le parole possono riuscire in questo soltanto per brevi periodi. Sono le azioni, una modifica radicale delle azioni quotidiane che riesce a mantenerci svegli nel corso del tempo.

In fondo, Sergio, il protagonista, lascia parlare gli altri, lui è soltanto perso in un profondo struggimento. Le parole altrui non lo sollevano, lui vorrebbe soltanto ritornare a sentire le corde del violino del fratello, e far musica da buon pianista quale è.

Se non lo hai ancora visto goditi L’arte della felicità, se lo hai già fatto, comincia a rendere empirica quest’arte, altrimenti rimarranno solo parole passeggere. Un vero umano è automaticamente felice. Una scimmia ammaestrata cercherà di raccontarsela in tutti i modi, eppure le sbarre sono sempre lì davanti a separarla dalla vera vita.

[alert]Articoli consigliati: Perché non sono felice? Me lo spiega il Buddha, Schopenhauer e L’arte di essere felici da un maestro del pessimismo e Come essere felici e sereni tra azione e accettazione.[/alert]

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