HomeIspirazioneCos’è lo Haiku giapponese e a cosa serve?

Cos’è lo Haiku giapponese e a cosa serve?

Facendomi aiutare da Wikipedia, “lo Haiku giapponese è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. Generalmente è composto da tre versi per complessive diciassette more (e non sillabe), secondo lo schema 5/7/5”. Alcuni anni fa consideravo questa forma poetica alquanto banale. Credevo che chiunque potesse riuscire a scrivere quelle semplici tre righe, anche un bambino piccolo. Quale può essere il merito o il talento di tale semplicità? Non riuscivo a carpirne la profondità. Forse la intuivo, ma non riuscivo a raggiungerla. Il mio orgoglio e la mia stupidità, in questo modo, definirono lo Haiku come una semplice banalità.

Lo Zen, il Koan e lo Haiku

Stessa cosa mi era capitata con i Koan, che, al contrario dello Haiku, sono così complessi (ma in un certo modo simili) da non portare a nulla di utile. Ancora non riuscivo a capire come queste due forme di comunicazione potessero essere affiancate allo stile di vita zen. Ora mi chiedo come mi fosse sfuggito il collante di questo trio che, chi da un estremo chi dall’altro, conducono alla stessa direzione.

In questo articolo voglio farti conoscere la meravigliosa essenza dello Haiku giapponese, anche se, come direbbe Barthes, è un modo ancora troppo occidentale di spiegarlo. Voglio proprio lasciare che sia Roland Barthes (saggista, critico, semiologo francese) a farlo, perché io non mi sento assolutamente in grado.
Riporto di seguito i suoi scritti tratti dal libro L’impero dei segni.

Lo Haiku giapponese secondo Barthes

Lo Haiku giapponese secondo Barthes

Lo Haiku giapponese fa invidia: quanti lettori occidentali non hanno mai sognato di passeggiare per la vita, taccuino alla mano, annotando qui e là delle “impressioni”, la cui brevità garantirebbe la perfezione, la cui semplicità attesterebbe la profondità (in virtù d’una doppia mitologia, l’una classica, che fa della concisione una prova d’arte, l’altra, romantica, che attribuisce un valore di verità all’improvvisazione)?

Nello Haiku giapponese, potremmo dire, il simbolo, la metafora, la morale non costano pressoché nulla: soltanto qualche parola, un’immagine, un sentimento, là dove la nostra letteratura richiede abitualmente un poema, un dispiegamento o (nel genere più breve) un pensiero casellato, insomma un lungo travaglio retorico. Avete il diritto, suggerisce lo Haiku, d’essere futile, breve, ordinario; racchiudete ciò che vedete, ciò che sentite, in un minimo orizzonte di parole e saprete interessare. La vostra frase, qualunque essa sia, enuncerà una morale, produrrà un simbolo, voi sarete profondo; con minimo dispendio, la vostra scrittura sarà “piena”.

Usare il linguaggio per sospendere il linguaggio

Le vie dell’interpretazione non possono dunque che sciupare lo Haiku: perché il lavoro di lettura che vi è connesso è quello di sospendere il linguaggio, non di provocarlo: impresa di cui per l’appunto il maestro dello Haiku, Basho, sembrava conoscere bene la difficoltà e la necessità:

Come è ammirevole
Colui che non pensa:
“La vita è effimera”
Vedendo un lampo

Lo Haiku opera in previsione di ottenere un linguaggio piatto, che nulla (come viene immancabilmente con la nostra poesia) collochi su degli strati sovrapposti di senso, ciò che potremmo chiamare una “sfoglia” di simboli. Quando ci vien detto che fu il rumore della rana a risvegliare Basho alla verità dello zen (anche se questo è ancora un modo troppo occidentale di parlare), si può intendere che Basho scoprì in questo rumore, non certo il motivo di un’“illuminazione”, di un’iperestesia simbolica, ma piuttosto la fine del linguaggio; c’è un momento in cui il linguaggio vien meno ed è proprio questa cesura senza eco che costituisce ad un tempo la verità dello zen e la forma, breve e vuota, dello Haiku.

Nello Haiku la parsimonia di linguaggio è oggetto d’una cura che a noi pare inconcepibile, perché non si tratta tanto di essere concisi (cioè di restringere il significante senza diminuire l’intensità del significato), quanto, al contrario, di agire sulle radici stesse del senso, per ottenere che questo senso non si diffonda, non si interiorizzi, non si faccia implicito, non si liberi, non vaghi nell’infinito della metafora, nella sfera del simbolo. La brevità dello Haiku giapponese non è formale: lo Haiku non è un pensiero ricco ridotto ad una forma breve, ma un evento breve che trova tutt’a un tratto la sua forma esatta. La parsimonia di linguaggio è ciò in cui l’occidentale si rivela meno abile: non è tanto ch’esso produca testi troppo lunghi o troppo brevi, ma tutta la sua retorica gli impone il dovere di rendere sproporzionato il significato e il significante. Lo Haiku ha la purezza, la sfericità e il vuoto stesso d’una nota musicale. Forse è per questo che si ripete due volte, come un’eco: non dire che una volta sola questa parola squisita, significherebbe attribuire un senso alla sorpresa, allo spunto, alla repentinità della perfezione; ripeterla più volte, sarebbe suggerire che il senso deve essere svelato, cioè simulare la profondità; tra le due profondità, né singolare né profondo, l’eco non fa che porre un rigo sotto la nullità del senso.

L’arte occidentale trasforma l’“impressione” in descrizione. Lo Haiku non descrive mai: la sua arte è antidescrittiva, nella misura in cui ogni stadio della cosa è immediatamente, caparbiamente, vittoriosamente trasformato in una fragile essenza d’apparizione.

Cosa dire di questi Haiku?

Il lavorio dello Haiku consiste nel fatto che l’esenzione del senso si compie attraverso un discorso perfettamente leggibile, di modo che lo Haiku non si rivela ai nostri occhi né eccentrico né familiare: assomiglia a tutto e a nulla. Leggibile, lo riteniamo semplice, prossimo, conosciuto, gustoso, delicato, “poetico”, in una parola offerto a tutto un gioco di aggettivi rassicuranti; insignificante, però, esso ci resiste, sfugge alla fin fine gli aggettivi che un momento prima gli avevamo attribuito ed entra in quella sospensione di senso che ci risulta inattesa, perché rende impossibile l’esercizio più corrente della nostra parola, che è il commento. Che cosa dire di questo Haiku?

Brezza primaverile
Il battelliere mastica la sua pipa;

Oppure di questo:

Luna piena
E sulle stuoie
L’ombra di un pino

O ancora:

Nella casa del pescatore
L’odore del pesce secco
E il calore;

Soffia il vento d’inverno
Mandano lampi
Gli occhi dei gatti

Lo Haiku è il dito del bambino che indica

Lo Haiku giapponese non serve a nessuno degli “usi” (essi stessi purtuttavia gratuiti) concessi alla letteratura: insignificante ( a causa di una tecnica di arresto del senso) come potrebbe istruire, esprimere, distrarre?
Ciò che sparisce nello Haiku, sono le due funzioni fondamentali della nostra scrittura classica (millenaria): da una parte la descrizione (la pipetta del battelliere, l’ombra del pino, l’odore del pesce, il vento d’inverno, non sono descritti, cioè ornati di significati ammaestramenti, impegnati a titolo d’indizi nello svelamento di una verità o di un sentimento: il senso è negato al reale; meglio ancora: il reale non dispone più del senso stesso del reale); d’altro lato sparisce la definizione. Non soltanto la definizione si trasferisce al gesto, sia pure grafico, ma ancor di più essa è lasciata andare alla deriva verso una sorta di efflorescenza inessenziale, eccentrica dell’oggetto.

Il senso non è che un flash, un graffio di luce, ma il flash dello Haiku non rischiara, non rivela nulla. È come quello di una fotografia che si scatta con molta cura (appunto alla giapponese) ma avendo omesso di caricare l’apparecchio con l’apposita pellicola. O ancora: lo Haiku riproduce il gesto indicatore del bambino piccolo che mostra col dito qualsiasi cosa (lo Haiku non fa questione di distinzione di soggetto) dicendo soltanto: quello! Con un movimento così immediato (cioè così privo di ogni mediazione: quella del sapere, del nome o anche del possesso), che ciò che viene indicato rappresenta l’inutilità stessa di ogni classificazione dell’oggetto: nulla di speciale, afferma lo Haiku conformemente allo spirito zen: l’evento non è classificabile secondo alcuna specie, la sua eccezionalità non approda a nulla. Come un ricciolo grazioso, lo Haiku s’arrotola su se stesso; la scia del segno che sembra sia stata tracciata, si cancella: nulla è stato acquisito, la pietra della parola è stata gettata inutilmente: non ci sono né onde né colate di senso.

Un sincero ringraziamento a Barthes e a chi mi ha prestato il suo libro

Dopo aver assimilato il pensiero di Barthes, e ispirandomi alle sue parole, mi sento di dire che gli Haiku sono frammenti di realtà senza soggetto. Ora, pur essendo un novizio nel campo dello Haiku (ma non nella filosofia zen), comprendo meglio quella “banalità” necessaria, insostituibile, che non cerca di adornare la realtà coi propri preconcetti. Mi vergogno di aver applicato quel termine a un atto così sincero e per nulla banale.

Strano però che Barthes si sia servito di tutti quei vocaboli per descrivere lo Haiku. Non sembra forse un controsenso, dopo il suo discorso? Non era forse meglio spiegare lo Haiku giapponese per mezzo di uno Haiku stesso? Forse sì, ma così facendo uno stupido come me non lo avrebbe capito nemmeno in cent’anni.

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2 commenti su “Cos’è lo Haiku giapponese e a cosa serve?”

  1. Molto interessanti queste considerazioni, tue e di Barthes, sugli haiku. Hai ragione, però: il modo complesso ed evoluto di spiegare di Barthes suona strano, mentre stai pensando alla pulizia degli haiku. Eppure non è facile veicolare significati evoluti in modo semplice.

    1. Andrea Di Lauro

      Non avevo mai letto nulla di Barthes, la sua scrittura era proprio strana. Cioè, mentre leggevo un capitolo, il suo modo di comunicare non mi faceva impazzire, ma giunto alla fine sentivo che mi aveva lasciato qualcosa di assolutamente indescrivibile e incontenibile. E questo mi succedeva quasi ad ogni capitolo. Scriverò qualcosa anche sul Koan, dato che, qualche anno fa, mi aveva lasciato più o meno lo stesso retrogusto dello Haiku 🙂

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