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Eudemonismo o eudaimonia: il significato della felicità per Schopenhauer

Immagine Eudemonismo o eudaimonia: il significato delle felicità per Schopenhauer

L’eudaimonia viene definita un modo di interpretare la vita e di comportamento che insegna a vivere il più felicemente possibile. Il termine connesso quale eudemonologia, invece, pone l’attenzione sull’interrogazione riguardo alle circostanze: in breve ci si domanda se i beni, i possedimenti, il sapere siano fattori oggettivi per la felicità. Poco cambia, sono termini molto simili che però differiscono un po’ tra di loro, così come l’Eudemonismo.

Eudemonismo o eudaimonia: il significato delle felicità per Schopenhauer - Recensione #5.2

L’arte di essere felici, ovvero eudemonologia o eudemonica

Questo articolo è l’analisi del libro postumo di Schopenhauer L’arte di essere felici, o meglio, si tratta della seconda parte, dove si prenderanno in causa i punti in disaccordo col nostro pensiero di base. Se non hai letto la prima parte ti suggerisco di farlo. Trovi l’articolo linkato qui sotto.

Articolo consigliato: Schopenhauer e L’arte di essere felici da un maestro del pessimismo.

In questa ragionata raccolta di massime il filosofo afferma che, in primis, l’eudaimonia presuppone una preferenza della vita alla non esistenza. Come abbiamo visto nel precedente articolo, Schopenhauer cerca di istruire sul raggiungimento di uno stato di serenità più che di felicità. Infatti ritiene questo presupposto dell’eudaimonia una meta impossibile, e a maggior ragione nel tempo che scorre. Se possiamo credere alla felicità nell’infanzia, più cresciamo e più diventiamo saggi e, quindi, capiamo di stare lontani da questa illusione.

La felicità derivante dalla saggezza dell’eudaimonia è veramente impossibile?

Secondo il filosofo sì. Come ho detto, esso non ci insegna come divenire felici, ma come liberarsi dagli affanni di un’esistenza in perenne ricerca della felicità illusoria. Qui potremmo trovarci d’accordo, ho già affermato precedentemente che questa sarebbe la miglior base da cui partire ma, in modo categorico: non la meta a cui tendere.

Per dirla in breve, se l’eudemonismo è quella dottrina che persegue la felicità come fine naturale dell’essere umano, allora si dovrebbe puntare a ciò ma avendo prima costruito delle solide basi schopenhaueriane. Questo per evitare di prendere lucciole per lanterne, o come spesso scrivo: fraintendere la reale felicità con altri luoghi comuni.

Fin dagli albori di questo blog non solo divulghiamo che questa possibilità è verosimile, ma che è addirittura reale e non illusoria. Questo è il punto discordante più marcato tra il Project Excape e la filosofia di Schopenhauer. Possiamo capire il pensiero dominante dell’autore fin dalle prime righe, che si vedono lontane dalle possibilità di saggezza eudemonica o e dall’eudaimonia.

Poi viene l’esperienza che la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano direttamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa (L’arte di essere felici).

Eudemonismo o eudaimonia: il significato delle felicità per Schopenhauer - Pessimismo

Chi ha detto che il pessimismo è realistico?

Il pensatore tedesco ci vuole dire di smettere di perseguire l’eudaimonia, e preoccuparci soprattutto di rifuggire i dolori, perché questi ultimi sono tangibili mentre la felicità è impossibile. Si respira un denso pessimismo in queste note ma vorrei redarguire il lettore che facilmente si lascia accalappiare dalla maschera del realismo dicendogli che: anche il pessimismo è un’illusione.

Schopenhauer persegue questa “realisticità” priva di illusioni ma chi ci dice che non sia anch’esso accecato in qualche modo dall’illusione del suo luogo o del suo tempo? La felicità non è soltanto uno stato in assenza di dolore; certo, è più facile nel contrario, nel piacere, ma non si tratta solo di questo.

Questo suo pessimismo/cinismo/resa, lo si sente ancor di più quando le sue parole sembrano essere state ripescate da un pozzo oscuro e acuminato: la vita non ci è data per essere goduta, ma per essere sopportata, dati i dolori reali e la felicità chimerica.

Eppure, parole mie, tutt’oggi mi sorprendo di come in un mondo così intriso di sofferenza si possano incontrare casi di superba empatia e gioia di vivere.

La soluzione del filosofo si rifà ai Cinici, che insegnano a rigettare ogni piacere per non sperimentare il lato opposto della sofferenza. E non mi ripeto in tale risposta, perché l’ho già fatto nella prima parte di questa analisi.

Massima 36

Nella massima 36 emerge ancora il suggerimento di non aspirare alla felicità per non incorrere nell’infelicità, che io continuo a vederlo come un accontentarsi della situazione attuale, anche se magari si vedono spiragli più rosei. L’autore consiglia di ridurre le proprie pretese, cosa che facilità una prospettiva serena, priva di grattacapi. A mio avviso, il vero fulcro della vita non coincide con questa resa, non si tratta di ridurre le proprie pretese, ma di capire le pretese essenziali all’essere umano che si è liberato da ciò che credeva di essere, dal desiderio distorto dalla bramosia sociale…

La stessa risposta al dilemma ci viene sempre da una frase dello stesso Schopenhauer, che rifugge l’eudaimonia ma in certi casi sembra volersi avvicinare al suo profumo.

Dobbiamo rinunciare a cogliere una rosa per paura che la spina ci ferisca? (L’arte di essere felici).

È certo che il pensiero dell’autore può considerarsi saggio rispetto al pensiero comune, ma è ancor più saggio vederne i limiti, i probabili fastidi in un futuro poco lontano (vuoto interiore, noia, depressione). Io vedo il rischio solo quando si persegue la felicità in modo errato, ovvero quando ancora non si è compreso cos’è una felicità priva di illusioni, e ci si ispira ai luoghi comuni e “belle favole”. È aleatorio ricercare i piaceri che sono stati trasformati in stampelle, in zerbini per nasconderci sotto il proprio mal di vivere, ma non è di certo errato tendere alla gioia incontaminata dal pensiero comune, che ha frainteso l’intero discorso. Se la felicità non ci è estranea non c’è nulla da inseguire, dobbiamo tornare da dove siamo partiti equipaggiati di una consapevolezza diversa.

Un Aristotele ottocentesco

Schopenhauer è stato di certo influenzato dal corredo aristotelico, dalla filosofia del giusto mezzo, dalla parsimonia, pacatezza di vita, da una sorta di ascetismo leggero se vogliamo, ma chi sa dirmi qual è il giusto mezzo? Chi è che ne decide gli estremi per poi individuarne la metà? Capisci?

Quando il filosofo greco scriveva che l’uomo saggio non persegue ciò che è piacevole ma l’assenza di dolore, non intendeva certo apportare messaggi impliciti che sfociassero nel cinismo, nel rifiuto alla vera vita, a un’esistenza felice. “Non persegue ciò che è piacevole” non significa “non aspirare alla felicità massima”. Questi sono consigli di base a chi si trova ancora a confondere felicità e piacere. Secondo me, ma posso anche sbagliare non essendo uno studioso professionista della filosofia antica, Aristotele esprimeva la bontà di un comportamento atarassico, il quale può, in primis, donare quella serenità tanto elogiata da Schopenhauer, e in seguito, avvicinare alla comprensione di una felicità al massimo livello (sempre che ne esista un massimo). E soprattutto tangibile, non chimerica.

Massima 3

Abbiamo un’ennesima prova di questo suo cinismo e pessimismo e, se vogliamo, realismo illusorio di fondo, nel suo personale modo di interpretare gli eventi. Se ci si sofferma con attenzione su questa massima, si scorgono delle sfumature kirkegardiane. Nello scritto si legge che quando l’uomo si preoccupa di afferrare certe cose, deve rinunciare ad altro e ci si lascia sfuggire tutto il resto. Se ad esempio scegliamo un lavoro ben pagato allora dobbiamo rinunciare alla libertà. Se scegliamo un risparmio monetario, allora dobbiamo rinunciare all’auto sportiva, e via dicendo.

Per quanto il discorso sembri filare liscio, sempre secondo la mia visione, ritengo questo un comportamento immaturo e del tutto illogico. Noi veniamo al mondo liberi, dotati della peculiarità della scelta, che è il dono che più ci caratterizza come esseri viventi. Possiamo scegliere di fare qualsiasi cosa, se percorriamo un’esistenza libera, e invece di godere di questa meraviglia di possibilità ci soffermiamo sulla metà vuota del bicchiere, su ciò che al momento non possiamo fare per farne un’altra? Ma che diamine! Non siamo mica onnipresenti, non possiamo mica esser tutto e fare tutto allo stesso momento, stiamo mettendo in discussione la bontà della stessa struttura e natura della realtà. E questo rivela una profonda scontrosità verso la vita stessa.

Uno scoiattolo mentre avvista una poiana non la ammira con invidia, non pensa che lui non può librarsi in cielo, ma gode del suo essere mentre danza tra i rami. Figurarsi l’essere umano, che può scegliere qualunque cosa: oggi può arrampicarsi tra i rami, domani può addirittura volare, e il giorno seguente correre, nuotare e fare le capriole. Come si può concentrarsi, come un bambino viziato, su ciò che momentaneamente non abbiamo, senza godere di ciò che nell’istante afferriamo? Ma ancor prima, come possiamo porre l’attenzione su una rinuncia inesistente prima del godimento della possibilità che abbiamo di scegliere? Ci siamo forse dimenticati di assaporare la possibilità di scelta che possiamo mettere in atto ogni istante?

Massima 30

Non a caso, nel testo si trovano delle ramificazioni che possono prendere vita soltanto da simili pensieri. A dire del filosofo tedesco, il bisogno più essenziale della natura umana è, leggi attentamente, […] sforzarsi e lottare con gli ostacoli. Che possono essere di tipo materiale (agire, operare) o spirituale (ricercare, studiare). Se poi non trova queste battaglie la sua natura lo spinge al litigio, al commettere malvagità a seconda delle circostanze. […] Quale interpretazione della vita e della felicità può nascere da simili categorizzazioni?

La natura dell’uomo è la cattiveria?

È probabile che Freud abbia studiato il pensiero di Schopenhauer, perché rilevo quella presenza distorta, che vede l’uomo, o meglio, la sua intima natura, aggressiva, cattiva, competitiva. La ritengo una credenza distorta perché non credo sia questa la natura umana, che credo essere la creatura dotata del più alto grado di empatia. Non è l’uomo a essere cattivo, è il sistema che ha preso vita agli albori della civiltà a essere diventato sempre più competitivo, strutturato da regole costrittive, incattiventi, disumanizzanti. Ma, come dicevo poc’anzi, è proprio nel dono del libero arbitrio che risiede la singolarità di un essere che può scegliere il sommo bene in un luogo pregno di male. Decidere, ad esempio, di sacrificare la propria vita per il bene di qualcun altro. Decidere la via morale ed evitare un facile guadagno per mantenere un proprio rigore, principi in cui ci rispecchiamo senza esserne identificati, ma che riteniamo giusti e retti. Per approfondire: La legge morale dentro di me: l’uomo è cattivo per natura?

Altro che ostacoli e combattere e lottare contro la vita stessa… questo è solo il risultato di un modo di vivere innaturale, di una società fondata sul privato, questo è mio e non è tuo. Sulla scarsità delle risorse in modo che i prezzi lievitino, sulla mancanza di poter vivere la vita liberamente, come da umani dovrebbe essere. Anche la creatura dalla natura più mansueta se messa in gabbia e punzecchiata si sfoga in modo violento verso i suoi simili. E questo non significa che la sua natura sia malevola e aggressiva, è il contesto a esserlo e a trasformare la creatura.

Non mi ripeterò perciò sul comportamento combattivo tanto di moda oggi perché l’ho già fatto assai, ti consiglio l’articolo più importante riguardo a questo argomento: Stati d’animo positivi VS forza di volontà: smettila di combattere.

Qual è la tua eudaimonia?

E pensare che per due terzi della mia esistenza sono stato più schopenhaueriano dello stesso Schopenhauer. Cos’è cambiato? Il contesto sociale è forse migliorato? Nient’affatto, senza accorgermene mi sono dato all’eudaimonia, alla ricerca della saggezza, della verità per quanto possibile, al capire il me soggetto, per poi comprendere la vita oggetto. Per me, un comportamento votato all’eudaimonia è nato proprio dal presentarsi di uno stato di felicità non illusorio e soprattutto duraturo, ma per qualcun altro può avvenire in modo contrario: tendere a questa interpretazione può forse riuscire ad avvicinare alla possibilità di un’esistenza felice.

Articoli consigliati: Essere se stessi secondo Diogene il cinico. Istruzioni per rendersi infelici può renderti felice! E L’oltreuomo di Nietzsche, dove sta andando l’umanità?

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