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Enrico Manicardi sulla civiltà: l’intervista

Immagine Enrico Manicardi sulla civiltà: l'intervista

Si può considerare l’arte in generale come un modo per potersi riavvicinare a uno stile di vita più naturale, “primitivo”, più umano?

L’arte non è una soluzione al problema ecologico, sociale, relazionale che abbiamo, ma una parte stessa di questo problema. Essa rimuove la realtà in funzione di una rappresentazione puramente estetica della realtà, dunque non solo non ha nulla di naturale né di primitivo (l’arte è una delle principali manifestazioni della Cultura), ma ci separa da tutto ciò che è naturale e primitivo: lo svuota, lo esaurisce. Del resto, la sua natura cerimoniale, e cioè intesa a imprimere nella coscienza degli umani un codice di comportamento sociale al quale sottomettersi, è pacificamente riconosciuta. Per la filosofia confuciana, ad esempio, «la musica e il rituale sono considerati mezzi per stabilire e conservare l’ordine sociale, e a tal fine sono considerati mezzi superiori alle leggi o alle punizioni». Ancora oggi questa finalità dell’arte primeggia nelle rivendicate competenze che le si attribuiscono, e quando Tolstoj ha dichiarato che “l’arte è un mezzo di unione tra gli uomini, che li associa sotto lo stesso sentimento”, ha proprio sottolineato questo attributo irrinunciabile dell’arte al mantenimento dell’ordine sociale.
Ma l’arte, in quanto strumento del Potere finalizzato a mantenere tutti (emotivamente) in riga, è anche una potentissima forma di domesticazione: serve cioè, nello specifico di ognuno di noi, a suggestionarci, a condizionarci, a farci influenzare. La nostra disponibilità a riconoscerne il magnetismo ce lo conferma. Che sia la funzione “civile” attribuita a certo cinema impegnato, o quella opposta di svago e di distrazione; che sia il carattere rivoluzionario di certa pittura, musica o letteratura, o quello di propaganda reazionaria (si pensi solo al regime staliniano e a come si servì dell’arte per richiamare il popolo al realismo); che sia la pacifica forza evocativa di immagini e suoni capaci di creare un certo contesto coinvolgente (impressionante o, al contrario, rilassante e tranquillo), o la sua espressione più smaccatamente subliminale utilizzata dalla pubblicità (coi suoi colori, disegni, spot, slogan e gingle vari), non v’è dubbio che l’arte sia una costruzione culturale utile a suscitare un certo effetto, a coinvolgere, a far schierare, a mettere in azione o a spegnere ogni azione. In una parola sola: a manipolare. Una specie di telecomando emotivo, che naturalmente viene usato proprio per asservire e telecomandare.

Non è un caso che l’arte non sia sempre esistita, ed anzi che la sua comparsa sia particolarmente recente. Legata all’emergere del simbolismo (quale espressione di una prima forma di insoddisfazione esistenziale succeduta a milioni di anni di vita libera e selvatica), l’arte compare solo 30.000 anni fa e, come ha ricordato Jameson, non aveva posto in quei milioni di anni di vita umana precedente che erano immersi in una “realtà sociale non decaduta”. L’arte, infatti, descrive l’ansia di una umanità che si sta già separando dalla realtà e dalla pienezza di quella vita sociale non decaduta.

Per dirla con le parole di John Zerzan, «l’arte, come la religione, deriva dal desiderio insoddisfatto». In effetti l’arte è una forma di compensazione e un palliativo: Freud la definiva come una sorta di balsamo che «offre soddisfacimenti sostitutivi per le più antiche e tuttora profondamente sentite rinunce imposte dalla civiltà».

Dobbiamo imparare a opporci alle repressioni e alle espropriazioni di competenze umane imposte dalla civiltà, non accettarle come fossero dati di fatto e poi inventare palliativi per convincerci di non sentire tutta la profonda sofferenza interiore che ci procurano. Fintanto che ci limiteremo a sedare la sofferenza dovuta alla nostra condizione di prigionia, a mettere la testa sotto la sabbia raccontandoci che tutto va bene così, a prendercela coi sintomi della patologia civilizzata invece di agire sulle sue cause, le cose andranno ovviamente sempre peggio, e quel che ci regaleremo nel tempo della nostra inazione sarà soltanto la progressiva perdita della capacità di chiederci e di capire cosa ci stia accadendo.
Tutto però può prendere immediatamente un’altra direzione, cominciando da noi stessi e dalla nostra disponibilità a mettere in discussione il nostro comune modo di vedere le cose. Non è la vita in sé ad essere insopportabile, ma la mentalità con la quale la conduciamo da diecimila anni. Non è il mondo che fa schifo, ma quell’artificio autoritario, misero e tossico che si sta sovrapponendo a una vita libera e selvatica. Un’esistenza che voglia darsi di nuovo una prospettiva di libertà, dunque, comincia dalla volontà di prendersela con la civiltà: sia con la civiltà che vive fuori di noi, ma anche con quella che vi alberga dentro e che allo stesso modo ci vincola, ci condiziona, ci sottomette, ci intruppa.

Sito di Enrico Manicardi: enricomanicardi.it
Il libro: Liberi dalla civiltà
Contatto email: [email protected]

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1 commento su “Enrico Manicardi sulla civiltà: l’intervista”

  1. “”Cespiti esistenti”” ( il termine viventi,vita e simili non li associo all uomo e al mondo umano,ma appunto utilizzo il corretto”” esistenti””)

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