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Enrico Manicardi sulla civiltà: l’intervista

Immagine Enrico Manicardi sulla civiltà: l'intervista

Una delle contestazioni che spesso mi fanno in base ad argomentazioni simili è quella che afferma: “Anche l’uomo è natura, e quindi tutto quello che fa e produce è naturale. È il nostro pensiero a definire una cosa natura ed innaturale”. Secondo questi individui anche un bidone di plastica è naturale, anche una cisterna di petrolio riversata nei mari è naturale. Io possiedo una mia specifica risposta a quesiti simili, ma siamo curiosi di conoscere la sua.

Confondere la Natura con l’idea che abbiamo di natura è una tipica espressione della nostra mentalità
civilizzata. Siamo talmente sopraffatti dalla Cultura che non siamo più nemmeno in grado di pensare alla Natura, ma solo al concetto di natura (e cioè a come la Cultura vede la Natura). Ma la Natura non è un concetto, non è un pensiero; tanto meno è un’idea. Essere sempre meno capaci di renderci conto di ciò, di riuscire non soltanto a pensare alla Natura, ma anche di sentirla palpitare dentro e fuori di noi, di viverla quotidianamente, di amarla in quanto tale, ci mette nella condizione migliore per riprodurre quel mondo artificiale che la sta annientando. Da un punto di vista logico non è difficile fare delle differenze: naturale è tutto ciò che nasce; artificiale è tutto ciò che è costruito, organizzato, sistemato simbolicamente o sovrapposto materialmente.

Ma il problema è molto più grave. Ogni espressione culturale nasconde un profondo disprezzo per ciò che è naturale: il naturale deve essere sottomesso all’artificiale, perché è solo così che l’artificiale finirà col dominare tutto, sbaragliando ogni contesa ed eliminando il naturale da ogni campo. Lo stesso processo di civilizzazione è proprio questo: una sovrapposizione di un modo di vivere del tutto artificiale (fatto di città, economia, tecnologia, politica, scienza, ecc.) ad uno originario, primevo, naturale. La guerra che diecimila anni fa la Cultura (agri-coltura) ha dichiarato alla Natura è attualmente in corso, e tutte le teorie postmoderne che operano oggi per disconoscere la differenza che esiste tra artificiale e naturale agiscono a favore della Cultura contro la Natura. Agiscono cioè come motti di propaganda civilizzata allo scopo di annullare in noi la capacità di discernere ciò che è Vivente per condizionarci a sottometterlo, ridurlo e poi sostituirlo con ciò che è prodotto o riprodotto. È un’operazione drammatica questa, contro la quale è sempre più necessario opporsi.

Molti parlano di spiritualità e di liberazione dell’ego pur vivendo in contesti civilizzati, secondo lei è possibile questo?

La questione non è tanto quella di vivere in contesti civilizzati, perché tutti oggi vi abitiamo; la questione è semmai smettere di difendere, di legittimare, di perpetuare quei contesti pensando che non vi possa essere vita possibile fuori di essi. Tutti siamo costretti a vivere nella civiltà, e tutti facciamo uso di beni e servizi di questo mondo alterato (computer, automobili, mezzi pubblici di trasporto, energia elettrica, plastica, alimenti coltivati, indumenti industriali); ma un conto è farne uso in una prospettiva di liberare se stessi dalla necessità di dovervi un giorno ricorrere ancora, e un altro è farne uso pensando che senza di essi non sia possibile vivere (e che occorra solo renderli più ecologici, più democratici, più verdi, più laici).

Anche la cosiddetta “spiritualità”, intesa come ricerca dell’Assoluto dentro di sé, non rompe con la mentalità civilizzata che ci hanno costruito addosso, e non mette certo in crisi la disponibilità ad accettare il mondo così com’è. Al contrario, esattamente come ogni altro credo, funge anch’essa da consolatorio strumento di adeguamento all’accettazione del mondo disamorato e triste in cui siamo costretti a vivere, e sancisce, attraverso l’illusione della fuga da sé (dalle proprie emozioni, dai propri sentimenti, dalla propria natura umana), la definitiva separazione tra spirito e corpo. In fondo, l’idea che attraverso l’acquisizione di una particolare conoscenza (segreta, mistica, esoterica, magica) sia possibile passare da una supposta condizione di “oblio” a uno stato di “piena e luminosa conoscenza”, è solo un passaggio ideologico della fenomenologia religiosa. E poco cambia se ad essere venerata è l’autorità di un Dio, quella di un suo luogotenente umano che se ne dichiara portavoce, quella di una Natura trasformata in oggetto sacro o quella di un capo di una setta minore. Gli inginocchiatoi sono patrimonio della Cultura, non della Natura. Così come lo sono gli staffili per fustigarsi, le chiamate all’auto-isolamento esistenziale e le pratiche penitenziali, espiatorie o di austerità.

La mistica, ossia la prospettiva di un ritorno dell’umano all’Infinito attraverso un itinerario ascetico o iniziatico, resta un’indiscutibile manifestazione della teologia; e il fatto che oggi, in epoca pop e New Age, essa sia stata capace di rigenerarsi mimetizzandosi coi colori laici del pensiero progressista, non cambia la sostanza della sua funzione. L’auto-annullamento non può mai considerarsi una sana via di uscita dal malessere esistenziale che c’infonde la civiltà. E se gli spacciatori laici di illusioni (che siano spiritualisti, cripto-ecologisti o deisti della natura) restano sempre spacciatori laici di illusioni, essere noi stessi a farci promotori della nostra alienazione fa solo cambiare il soggetto che agisce per la nostra repressione, non certo la condizione di alienazione stessa.

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1 commento su “Enrico Manicardi sulla civiltà: l’intervista”

  1. “”Cespiti esistenti”” ( il termine viventi,vita e simili non li associo all uomo e al mondo umano,ma appunto utilizzo il corretto”” esistenti””)

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