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Enrico Manicardi sulla civiltà: l’intervista

Immagine Enrico Manicardi sulla civiltà: l'intervista

La consapevolezza riassunta nella sua opera di certo contrasta con quello che giornalmente è “costretto” a fare nel mondo civilizzato, come vive tutto questo? (Lo accetta, le provoca sofferenza, sta cercando di indirizzarsi sempre più al largo da contesti moderni, pensa che sia un’era che servirà da monito alle generazioni future e quindi necessaria?)

Vivere imprigionati provoca a tutti sofferenza; io non sono certo da meno. Nessun detenuto è felice di non poter vedere il sole, di non poter intrattenere rapporti liberi con le persone care o di dover mangiare la sbobba che gli offre l’amministrazione carceraria. Ma quello che distingue un prigioniero da uno schiavo è molto importante: mentre il prigioniero accetta la propria condizione di detenzione solo nella prospettiva di liberarsene (e dunque opera attivamente per liberarsene), lo schiavo accetta la propria condizione di detenzione in quanto tale, la compara a quella di altri carcerati meno fortunati di lui (e al mondo c’è sempre chi è più sfortunato di noi) e alla fine la difende. Credo che la consapevolezza della nostra condizione di prigionieri sia assolutamente necessaria proprio per evitare di arrivare a difenderla, diventando schiavi. Del resto, l’era in cui viviamo oggi dovrebbe costituire un monito per noi che ne stiamo sentendo la morsa opprimente ora, non per chi verrà domani; anche perché sono assolutamente convinto che l’era in cui viviamo oggi, e che è iniziata diecimila anni fa con la comparsa dell’agricoltura, sia l’ultima: o sapremo rendercene conto in tempo, per prendere la direzione opposta a quella che abbiamo imboccato allora, o non ce ne saranno altre di ere future con le loro generazioni.

Cosa si deve aspettare il lettore che volesse leggere la sua seconda opera L’ultima era?

Di poter appunto riflettere criticamente sull’imperversante invasione civilizzata guardandola come un monito. Il libro infatti si articola in tre parti separate. E se una prima parte fa il punto sulla drammatica situazione del mondo odierno, con la sua deriva su tutti i fronti che pare inarrestabile, e una terza si occupa delle possibili prospettive che possiamo mettere in campo per provare a fermare il Treno che corre verso il precipizio, una seconda parte si occupa di spiegare come abbiamo fatto a salire su quel treno. Partendo dalla constatazione ormai pacifica di un’esistenza serena e soddisfacente dei nostri avi paleolitici, il saggio cerca di seguire le fasi della sua progressiva degradazione; che è iniziata, appunto, con l’abbandono dello stile di vita nomade di caccia e raccolta.

In particolare, nel testo è tracciato un excursus di quello che è stato lo sviluppo delle principali antiche civiltà della storia, risultandone sottolineato come esse abbiano tutte seguito un medesimo corso di degenerazione che le ha irrimediabilmente portate a una fine tragica. Ogni antica civiltà, infatti, che sia sorta nella cosiddetta Mezzaluna Fertile, in Africa, in Europa, nell’America precolombiana, in Asia o in Oceania, ha seguito un identico iter di ascesa, picco e collasso che appartiene alla stessa natura congenita della civilizzazione. Originariamente popolata da comunità di raccoglitori-cacciatori, ogni civiltà è divenuta tale passando dal nomadismo alla sedentarietà (attraverso l’agricoltura), facendo quindi nascere il bisogno del lavoro (il lavoro agricolo), e poi quello della proprietà privata (per difendere i frutti del lavoro agricolo), poi quello della guerra (per difendere i possedimenti), e poi ancora quello della stratificazione sociale e della gerarchia (infatti per fare la guerra ci vogliono i generali che danno gli ordini e i soldati che li eseguono). Tale stravolgimento, sopprimendo in modo definitivo quell’originaria condizione di eguaglianza tipica di tutte le comunità di raccolta e caccia, ha portato alla nascita di quelle che oggi chiamiamo classi sociali, e alla discriminazione tra classi sociali (e cioè alla formale e legale distinzione tra appartenenti a classi sociali diverse: governanti e sudditi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ecc.). Con la distinzione tra classi sociali è sorto il bisogno della politica, e cioè di quell’arte oratoria utile ad ottenere che ogni individuo facente parte di una data società giunga ad accettare il suo assegnato “posto sociale”, e dunque che gli ultimi accettino di stare sotto (illudendoli, imbonendoli, irretendoli e promettendo loro che tutto cambi affinché tutto possa invece rimaner com’è). E mentre si svolgevano tali meritorie attività di coartata pacificazione sociale interna ai confini di quelle organizzazioni territoriali che ormai avevano assunto la forma di veri e propri Stati, Regni e Imperi, l’esigenza di tenere acceso il motore della Grande Macchina imponeva ai relativi governi di dichiarare sempre nuove guerre verso l’esterno, per avere nuove terre, nuovi approvvigionamenti, nuovi schiavi, nuove ricchezze materiali; cosa che però determinava un aumento sempre più smisurato della popolazione nazionale (la sovrappopolazione è un effetto diretto della civilizzazione) e un’espansione incontrollata della produzione (agricola, manifatturiera, di servizi). Nascevano così il colonialismo e l’imperialismo.

Il problema è che la Megamacchina non è mai sazia; non solo: essa è anche sempre in costante competizione con le altre Megamacchine vicine che minacciano di inglobarla e di annientarla. Ciò costringe a tenere sempre altissimi gli investimenti e gli sforzi per la difesa interna e l’offesa esterna, con conseguente sempre maggiore burocratizzazione della vita sociale all’interno degli agglomerati nazionali e di distruzione di quella ecologica fuori dai confini. La necessità di sedare rivolte popolari sempre più accese, di spegnere rivoluzioni, ribellioni e ammutinamenti di ogni genere, imponeva infatti un’irreggimentazione interna sempre più rigida, così come diventava irrinunciabile schiacciare sull’acceleratore di una politica di ulteriore conquista verso l’esterno spingendo al massimo il livello della distruzione ambientale necessaria a costruire nuove armi sempre più all’avanguardia, difendere le classi privilegiate da qualsiasi attacco e cercare di alimentare una popolazione sempre più crescente e affamata. Il tutto fino al collasso. È così infatti che sono finite, miseramente, tutte la antiche civiltà della storia: con un crollo verticistico e la morte di tutti.

Ascesa, picco e collasso sono insomma fasi congenite al processo di civilizzazione, e se qualcuno vi volesse leggere qualche preoccupante segnale riconducibile anche alla nostra moderna condizione di oggi, quella di una “civiltà globale” che ha ormai conquistato tutto il pianeta Terra e si appresta all’ultimo giro di giostra, non farebbe un pensiero peregrino. In fondo, le condizioni che hanno fatto scomparire dalla faccia della Terra civiltà un tempo potenti e gloriose come quelle degli Assiri, dei Babilonesi, degli Egizi, dei Greci, dei Romani, dei Maya, degli Anasazi, dei popoli della Valle dell’Indo, di quelli dell’antica Cina, ecc. sono le stesse che stanno portando oggi l’intero Pianeta al default.
Siamo in pericolo! In grave pericolo! E se non ci affretteremo a invertire la rotta che ci sta trascinando fin sull’orlo del precipizio, presto arriveremo su quell’orlo; e, a quel punto, la cultura progressista dell’andare sempre avanti a testa bassa ci spingerà a fare un altro passo ancora…

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1 commento su “Enrico Manicardi sulla civiltà: l’intervista”

  1. “”Cespiti esistenti”” ( il termine viventi,vita e simili non li associo all uomo e al mondo umano,ma appunto utilizzo il corretto”” esistenti””)

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