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Enrico Manicardi sulla civiltà: l’intervista

Immagine Enrico Manicardi sulla civiltà: l'intervista

È chiaro che tutto parte dalla conoscenza e dall’informazione, ma secondo lei, qual è il passo successivo che un essere umano deve compiere dopo aver interiorizzato il suo messaggio?

Non si tratta tanto di interiorizzare il senso di un messaggio, quanto quello di sviluppare consapevolezza rispetto alla condizione in cui viviamo oggi. Occorre cioè assumere la disponibilità a prendere contezza del fatto che il problema che tutti oggi abbiamo (umani, animali, vegetali, minerali, energie della Terra) si chiama civiltà. Coi suoi valori, le sue categorie, le sue istituzioni, la sua mentalità sviluppata in diecimila anni di domesticazione, la civiltà ci tiene alla catena di questo universo in distruzione e ci mette persino nelle condizioni di difenderlo, di perpetuarlo. Noi infatti celebriamo la civiltà come fosse una forma di emancipazione, mentre invece è ciò che ci ha messo in gabbia: una grande gabbia dalle sbarre invisibili fatta di dipendenza sempre più spinta verso i rimedi del Sistema (denaro, beni, servizi; ma anche contingentamenti diretti, sacrifici, sfoghi, distrazioni e altre forme diffuse d’illusione). Purtroppo, essendo recintata da inferriate che non si vedono, facciamo fatica a riconoscere questa gabbia come tale, e continuiamo appunto a magnificarla, sostenendone l’espandersi deleterio in tutto il mondo.
Il primo passo che possiamo fare allora per resistere a questo corso sciagurato è quello di assumere la consapevolezza che siamo in gabbia. Che siamo stati trasformati da animali liberi in animali domestici (e cioè addomesticati), e imprigionati. E se stiamo male, quindi, non è perché siamo malati dentro ab origine, bensì perché siamo stati messi in gabbia. Stiamo male infatti come stanno male tutti gli animali rinchiusi in gabbia.

Se solo potessimo ritrovare la nostra condizione di selvatichezza, saremmo in grado di ribellarci al fatto di essere stati messi in gabbia; invece, grazie a quel potente (e millenario) lavoro di quotidiana manipolazione psicologica che tutti subiamo sin dall’infanzia (l’addomesticamento, appunto), ognuno di noi accetta di restare prigioniero. L’educazione, la scuola, la religione, la morale, l’etica, il costume, la moda, l’arte, la politica, l’economia, la tecnologia, la scienza, in una parola sola la Cultura, e in una parola ancora più omnicomprensiva la Civilizzazione, sono appunto l’essenza di questo lavoro di domesticazione; ciò che ci tiene tutti chiusi e buoni dentro a questa gabbia, convinti appunto che in questa condizione di cattività ci si possa addirittura considerare liberi ed evoluti.

Cosa ne pensa di stili di vita che si basano sulla decrescita felice, sul boicottaggio dunque, sull’autoproduzione, sul veganismo ecc. Pensa che questa sia una risposta che produrrà risultati, che salverà l’umanità da se stessa o servirà soltanto a rallentare l’inevitabile schianto del treno?

Fin tanto che continueremo a credere che il problema che abbiamo sia nella crescita economica o nella produzione seriale o nelle lobbie multinazionali in sé, continueremo a occuparci di decrescita, di produzione artigianale, di consumo alternativo e dunque continueremo a perpetuare un modo artificiale fondato sull’Economia con la sua logica produttivistica di reificazione, sfruttamento e consumo del vivente, con le sue leggi di mercato inesorabili, con la sua divisione del lavoro e la sua deteriore cultura dello scambio equivalente. Boicottare, autoprodurre o manifestare forme di resistenza al mondo dello sfruttamento della vita animale sono certamente punti di partenza molto importanti, ma occorre che siano inseriti in un contesto più generale capace di una lettura politica, e inteso a dare a quelle azioni un significato che non sia semplicemente occasionale. Senza la disponibilità a mettere in discussione anche il nostro antropocentrismo, la nostra indotta attitudine culturale a reificare tutto, la nostra condizione di alienazione e di domesticazione, ogni nostra pur generosa disponibilità a cambiare le cose è destinata ad agire solo sui sintomi del problema; conseguentemente, è destinata a trasformarsi in una innocua tendenza alternativa utile solo a fare il gioco delle parti, perpetuando il mondo così com’è. Occuparci di economia sostenibile, di tecnologia verde, di scienza olistica, di giustizia giusta, di educazione democratica, di potere buono (che sono tutti ossimori) ci mette solo nella condizione di continuare a credere che gli esseri umani non possano vivere in modo libero e selvatico, ma solo come elementi di un Sistema, e cioè come ingranaggi di un mondo fondato sull’Economia, sulla Tecnologia, sulla Scienza, sulla Giustizia, sul Potere. Purtroppo, non saranno gli ossimori a salvarci; anzi questi ci affosseranno sempre di più, dandoci il colpo di grazia. E i tanti ideologi di ieri e di oggi che sulla propaganda degli ossimori hanno costruito la loro fortuna (non solo economica, ma anche di potere e di prestigio personale), lo dimostrano chiaramente: pensare che le considerazioni esposte dai vari Serge Latouche, Maurizio Pallante, Carlo Petrini, Jacopo Fo, Beppe Grillo, Padre Zanotelli, Osho, Krishnamurti, Sai Baba, Dalai Lama o ancor più ironicamente Green Day, Fedez o Francesco Gabbani possano esser prese seriamente in considerazione per la soluzione dei nostri problemi, significa rifugiarsi nell’illusione, e dunque togliersi anche l’ultima possibilità che abbiamo di poterli davvero risolvere i nostri problemi.

Ha mai pensato di trasferirsi in un ambiente più umano? Ossia più affine all’uomo, dove non è necessario ripararsi dalle intemperie e dove non è necessaria la tecnologia per condurre una vita di qualità?

Non è difficile maturare una simile aspettativa. Ed è ovvio che la prospettiva di liberarsi dalla civiltà contempli anche la possibilità di cominciare a farlo imparando a scendere dal Treno sul quale siamo tutti ammassati, e che corre verso il precipizio. Resta però la necessità di comprendere che non è la semplice fuga dalla civiltà ciò che ci consentirà di evitare gli effetti esiziali della civilizzazione stessa. Non basta infatti ritirarsi in modo inconsapevole dai luoghi di restrizione della civiltà per dirsi in salvo. Se non supportata da una reale e precisa consapevolezza critica verso ciò da cui si sta fuggendo (e cioè la mentalità civilizzata che tutto domina e controlla), il semplice allontanamento non potrà risultare decisivo, perché contemplerà il rischio di veder riprodotte, nel tempo e nello spazio, tutte le dinamiche, i valori, i luoghi comuni del mondo da cui ci si è allontanati: a cominciare dallo sfruttamento della terra, per esempio (le pratiche di agricoltura biologica e biodinamica sono solo alcune delle riproduzioni fedeli della logica del dominio e della reificazione che la mentalità civile porta con sé), fino all’uso degli animali, delle persone e al consumo di relazioni tra chi ha progettato quella fuga senza ragion veduta.

Quel che occorre tenere ben presente è che la civiltà non sta devastando solo il Pianeta, ma anche il tessuto relazionale e sensibile dei rapporti che noi umani abbiamo con noi stessi e con gli altri esseri della Terra; e questo è altrettanto grave. Un mondo autoritario, disamorato e cinico non ci renderà più gratificati sol perché trasposto in un ambiente incontaminato dal punto di vista ecologico. Trasferirsi altrove per poi continuare ad usare il Vivente per i nostri scopi, per continuare a non capirci dal punto di vista umano, a fare i prepotenti con gli altri, a manipolare tutto e tutti o ad aggregare imbecilli per fare massa e soddisfare la nostra ego autoritaria frustrata da millenni di soggezione e arbitrio, non cambierà le cose.

È vero che ci sono ancora zone del pianeta Terra in cui l’espansione di questa patologia sociale ed ecologica che chiamiamo civiltà non è ancora in avanzato grado di devastazione come qui da noi, ma se non faremo lo sforzo di cominciare a mettere in discussione la civiltà che vive innanzitutto dentro di noi, assumendo la precisa volontà di mettere radicalmente in discussione l’insieme dei modi di fare e di pensare che abbiamo interiorizzato in diecimila anni di domesticazione, trasferirsi semplicemente in zone non ancora integralmente pervase dalla civilizzazione potrebbe per assurdo ottenere il risultato opposto di quello sperato, e cioè quello di espandere anche in quelle zone la nostra mentalità addomesticata e addomesticatrice, riducendo ben presto allo strazio anche quelle.

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1 commento su “Enrico Manicardi sulla civiltà: l’intervista”

  1. “”Cespiti esistenti”” ( il termine viventi,vita e simili non li associo all uomo e al mondo umano,ma appunto utilizzo il corretto”” esistenti””)

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