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Cosa ti manca per essere felice? Te lo dice il Koan

Immagine Cosa ti manca per essere felice? Te lo dice il Koan

Il Koan viene definito un’affermazione o un breve racconto a stampo paradossale necessario a mandare in tilt la mente razionale. Quando lo scalino della razionalità viene superato allora può giungere la consapevolezza. Lo si può considerare una pratica del Bhuddismo Zen, e la stessa domanda cos’è un Koan? può essere interpretata come essa stessa un Koan. Anche la domanda: cosa ti manca per essere felice? se presa da un punto di vista analogo, si può definire un Koan. Vediamo perché.

Il primo approccio ai Koan

La mia prima esperienza con i Koan è stata molto simile a quella degli Haiku: deludente. Mi riferisco all’articolo che ho scritto qualche mese fa sullo Haiku. Anni addietro acquistai un piccolo libriccino che racchiudeva 100 Koan. Se nella lettura degli Haiku giapponesi avevo provato un senso di sufficienza e di banalità (sentimenti smentiti ad oggi), i Koan si rivelarono fastidiosi. Fastidiosamente incomprensibili. Cioè, ma che roba sto leggendo? Non si capisce nulla, o forse sono io che non possiedo la chiave di lettura.

Questo succedeva perché cercavo di intellettualizzare qualcosa che non poteva venire compreso razionalmente. Stessa cosa era successa nell’esperienza con lo Haiku, dove da “occidentale sbadato” volevo carpirne un senso logico, un modo per accrescere la mia erudizione.

Capire lo Haiku per comprendere il Koan

La tenebra sull’essenza di tale arte venne schiarita da un testo di Roland Barthes: L’impero dei segni. Tra le molte argomentazioni te ne cito una in particolare:

[quote]Le vie dell’interpretazione non possono dunque che sciupare lo Haiku: perché il lavoro di lettura che vi è connesso è quello di sospendere il linguaggio, non di provocarlo.[/quote]

Io invece cercavo proprio di interpretare, di estrarne un sentore poetico, ricercato, colto. Ma lo scopo, se di scopo si deve parlare, non è assolutamente quello, così come non è quello del Koan.

Rendermi conto della mia sufficienza, rispetto allo Haiku, mi ha permesso di collegarmi all’esperienza d’incomprensibilità avuta nella lettura dei Koan. E non hai idea di quanto mi sia sentito stupido. In fondo rispecchiavano la stessa essenza della loro radice: lo Zen. Contando che sono venuto a contatto in tenera età col pensiero Zen, di cui mi considero un buon conoscitore, immagina l’abbaglio. Questo forse ha dimostrato che in quel periodo volevo solo studiare lo Zen, concettualizzarlo senza viverlo, dato che la sua natura è: consapevolezza.

Cosa ti manca per essere felice? - L'essenza del Koan

L’essenza del Koan

Come ho detto i Koan sono di natura paradossale, e il suo cuore non può essere schiuso dall’intelletto. Viene anche considerato da alcuni praticanti come un veicolo per il risveglio. Può forse esserlo? O può magari riuscire a rispondere alla domanda cosa ti manca per essere felice?

Magari un Koan non può rispondere al quesito sulla felicità, o riuscire nel risveglio. Ma forse possono dirigere un uomo al risveglio e alla comprensione della felicità. Essi vogliono scuotere i fondali della mente, troppo piatti, sommersi da acque ormai ferme, che stagnano. Vogliono intorbidire ancor di più l’acqua di confusione, in modo che il movimento, dopo il tempo necessario, riporti limpidità. Avvicinarsi al risveglio è far scivolare via concezioni di assoluta dualità dell’universo, così come l’immagine che abbiamo di noi stessi, dell’io.

Alcuni Koan adatti a questo scopo possono essere: Chi sono io? O, Cos’è la mente? A prima vista sembrano di facile comprensione, perché non vestono i panni dei classici Koan orientali, ma la loro soluzione può non essere vista nemmeno in un’intera vita. Sempre che di soluzione si voglia parlare.

Ma questo (credo) è solo un modo di concettualizzare il Koan, o di rendere comprensibile la sua utilità al praticante. Forse la sua natura è non avere scopo (come l’essenza dello Zen), e questo manda in confusione la mente ricalcitrante che viene modellata dai vasai della classificazione. La mente cerca sempre lo scopo.

La domanda

Molti Koan sono posti sotto forma di domande. Quando eravamo infanti volevamo sapere, facevamo domande, e le risposte tappavano soltanto i buchi in modo razionale, non stimolavano ad altre domande o a cercare altre risposte. Ad A si risponde con B, non ci si chiede se esista un ipotetico C. Non ci si domanda se chiedersi di A ha più senso che chiedersi di C. Imparavamo allora a rispondere: mi manca questo e quello alla domanda cosa ti manca per essere felice? Così la curiosità si disfaceva in pozze che davano dimora alla cieca sicurezza, ma giunse l’estate che fece evaporare le pozze.

L’estate prosciuga le sicurezze, per chi la desideri può chiamarsi Koan, per altri può avere un’altra definizione, ma ricorda che l’estate giunge ciclicamente nella vita di ognuno. Poi si può sempre accendere il ventilatore e far finta di nulla, ma la pagina vuota del risveglio si presenta spesso tra l’incessante sfogliare della nostra vita.

[quote author=”B. Abietti”]Nella ricerca dell’illuminazione zen alcune scuole perseguono, mediante l’uso dei Koan, quesiti posti in modo tale che l’iniziando sia costretto a scervellarsi, a volte per anni, alla ricerca di una loro soluzione ragionevole, in realtà impossibile da trovare, per far sì che, esaurite tutte le possibilità razionali, il suo cervello operi il necessario salto di qualità attingendo alle risorse dell’istinto prelogico. Allo stesso modo in cui anche il corpo può essere portato ai suoi limiti di resistenza fisica per costringerlo a cercare al suo interno (o fuori di esso) altre fonti di forza.[/quote]

Cosa ti manca per essere felice? Se la questione è essere perché ti deve mancare qualcosa?

Perché da bambini non ci facevamo domande sulla felicità? Semplice, perché eravamo felici, senza averne la consapevolezza. Da adulti invece questa domanda è vitale. Che sia fatta a se stessi o diretta a qualcuno che ci sta accanto (cosa ti manca per essere felice?) ci dice che la sicurezza è evaporata e che vogliamo tornare a sapere. Tuttavia la mente non è più così malleabile, si è atrofizzata, calcificata in schemi duri da scrostare. Il Koan può rivelarsi un abile disincrostante.

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È una questione paradossale, perché non serve sapere ma essere. Essere felici. Ma se non so come esserlo come faccio ad essere? In questo il Koan può essere utile. Dalla confusione, dal mescolamento delle acque si ha una nuova acqua limpida. Lasciare che i Koan maturino nel tempo senza cercare di intellettualizzarli può rendere una soluzione soddisfacente, o forse no. Forse non c’è risposta intellettuale, basta solo essere.
Se in parte ti sto confondendo allora sto facendo un buon lavoro 🙂

L’occhio può vedere se stesso?

In questo momento mi chiedo perché, al tempo, non sono stato capace di vedere l’essenza del Koan quando io stesso creavo dei Koan, anche se differivano dalla loro forma classica. Sono passati quasi nove anni da quando ho scritto il mio primo pensiero sul Moleskine, dove molti di questi ostentavano, in modo anche velato, una natura paradossale. Così, di primo acchito, sembravano incomprensibili, ma bastava scuotere un po’ il vaso ed attendere qualche istante per vederne il messaggio di fondo.

L’occhio può forse vedere se stesso? Forse per questo motivo non riuscivo a capire i Koan, perché ero dentro il vaso. O forse, era solo un periodo in cui tentavo di spiegare ogni cosa esclusivamente in modo razionale.

Ma allora cosa ti manca per essere felice?

I Koan non donano la felicità, ma il loro scopo senza scopo ti può far capire che nulla dona la felicità. Avendo a che fare con la cultura Zen e facendo pratica con la confusione del Koan e il cercare paradossalmente una soluzione, può risvegliare il tuo modo d’essere. Come intendi la vita? Cercare senza cercare può essere la risposta. Lo stile di vita della civiltà ha creato dei fantocci, il Koan può essere utile a decostruire, a mandare in frantumi la scorza, per vedere e succhiare il dolce all’interno.

La stessa domanda: cosa ti manca per essere felice? centrale per questo articolo, come ho detto, può essere considerata un Koan. Può scuotere il vaso, può intorbidire l’acqua e far affiorare un modo d’essere diverso dai fondali inconsci. Su, avanti, prova a darti una risposta prima di leggere la mia. Cosa ti manca per essere felice? Ti mancano forse i soldi, un lavoro che ti piace compiere, una persona che ti capisca nel profondo, l’estinzione delle guerre, ritornare uno col tutto? Cosa ti manca?

La causa della felicità è la felicità stessa

La risposta non poteva non essere paradossale, perché la soluzione (se c’è mente) risiede nel paradosso. Dove non c’è mente non c’è nemmeno una soluzione.

È inutile cercare ciò che manca, la causa della felicità è la felicità stessa. Non si deve cercare qualcosa che renda felici perché non esiste. Si può essere felici ora, o no. Accorgersi, ora, di non essere felici, è il passo più rilevante verso la felicità. E allora cosa ti manca per essere felice? Nulla, assolutamente nulla, o forse solo una cosa: accorgerti che ora non lo sei. Oppure accorgerti che ora lo sei.

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