HomeL'angolo ecletticoCome educare un bambino, i figli siamo noi

Come educare un bambino, i figli siamo noi

Si osservano sempre più spesso genitori che chiedono o che cercano addirittura sul web come educare un bambino o come si deve educare i figli. Questo modo di agire può indicare due elementi: una sentita curiosità per l’argomento o una marcata insicurezza.

Nella curiosità e nel voler conoscere di più non troviamo nulla di male, anzi, ben venga. In quanto all’insicurezza la questione cambia. Non esistono persone totalmente sicure, a parte quei rari casi dove si è maturata una lunga esperienza o dove regna la stupidità. Tuttavia, attualmente, ci sono molti genitori che possiedono gravi carenze di autostima e di conoscenza del mondo e di loro stessi. Di tranquillità in ciò che sono, in ciò che fanno, nell’andamento della loro vita. Questo dà vita a varie tipologie di insicurezze. Preoccuparsi incessantemente dimostra questo fatto. L’insicurezza, quando è patologica, diviene pericolosa, e indica che è necessario un lavoro introspettivo.

Molti adulti con figli non sono in grado di fornire una spiegazione soddisfacente di concetti come entropia, sacramento, sintassi, numero, quantità, struttura, disegno, relazione lineare, classe, pertinenza, energia, ridondanza, forza, probabilità, parti, tutto, informazione, tautologia, omologia, massa, messa, spiegazione, descrizione, legge dimensionale, tipo logico, metafora, topologia, eccetera. Che cosa sono le farfalle? Che cosa sono le stelle di mare? Che cosa sono la bellezza e la bruttezza? (Gregory Bateson).

Il bambino arriva a chi ne ha bisogno

Da alcuni anni ho maturato una certa consapevolezza a riguardo: credo che i figli arrivino a chi ha più bisogno di crescere. Servono a fornire una scopo di vita in esistenze pressoché vuote. Chiaramente questi due casi non rappresentano la totalità, ma sono molto propenso a credere a questo perché lo noto spesso.

Alcuni giorni fa ho ascoltato un’affermazione molto forte da un video sul web. Il relatore nel video parlava delle persone che desiderano avere un figlio, utilizzando una frase molto forte: voler fare un figlio è uno degli atti più egoisti che esistano, i figli arrivano quando arrivano.

L’ultima parte dell’affermazione combacia col mio pensiero, ma la prima parte mi ha letteralmente fulminato. In un primo momento mi sono ritrovato completamente in disaccordo. Subito dopo però (avendoci riflettuto a fondo) ho iniziato a pensare ma sai che in fondo credo di essere d’accordo col relatore?

Cercare la gravidanza è un atto egoista?

Cosa c’è di male nel voler avere un bambino da educare, da crescere, da amare e coccolare? Specialmente per una donna, le parole di quel personaggio possono risultare offensive, e lo ripeto, a primo acchito lo sono state anche per me.
Pensavo all’istinto materno, al mio desiderio di essere padre (un giorno), ma poi, analizzando questo desiderio, ecco un altro fulmine. Questa è una domanda che si dovrebbero fare tutti quelli coinvolti nella questione.
Perché voglio un figlio? Per regalare il mio amore o per possedere un ennesimo strumento che mi faccia evadere da una vita che non mi soddisfa?

I figli come ennesimo strumento dell’ego

Oggi possiamo vedere come il bambino sia l’ennesima diramazione del proprio ego.

Oh, ma sai mio figlio che forte? Ha solo un anno e già cammina.
Mio figlio è il più intelligente della classe.
Mia figlia ha vinto un concorso.
Mia figlia è arrivata prima alla gara di sci.
Ti piace la foto di mia figlia che ho messo su Facebook?

I propri figli sono sempre migliori degli altri bambini. Sono i più intelligenti, educati, volenterosi, perché in realtà è il genitore a desiderare tutto ciò per se stesso. Da esempio sono i profili Facebook di molti genitori, diventati delle vere e proprie vetrine per i loro piccoli burattini. Genitori in cerca di qualche secondo di soddisfazione, desiderosi di compensare le mancanze di una vita insulsa, cedono la propria vita privata e quella del bambino al mondo virtuale. Magari non c’è nulla di male, ma quell’universo così incerto che è la rete, che cambia così velocemente… Non lo so, io preferirei non mettere in vetrina una persona senza il suo consenso.

Il figlio dunque non deve essere cercato per soddisfare l’ego, ma arriva quando è utile al genitore. Nasce per educare il genitore e allo stesso tempo per essere educato. Prima di giungere al nocciolo dell’articolo, volevo far presente questo aspetto. Prima di chiedersi come educare un bambino si deve essere consapevoli di questo interscambio educativo.

Che male c’è nell’amore?

Tornando alla domanda perché voglio un figlio?, essendo conscio dell’aspetto appena visto, mi sono risposto, in poche parole, che desideravo dare, donare. Anche tu magari puoi aver sperimentato questo desiderio: volere un figlio per potergli donare amore.

Esiste sicuramente di peggio al mondo, e il desiderio in sé sembra puro. Sarebbe molto più inquinato se ci fosse l’ambizione di essere amati piuttosto che donare amore, ma di questo puoi leggere in questo post che ti dedichiamo.

Ciononostante dobbiamo tenere in conto il fatto che quella decisione coinvolge non solo noi, ma un partner più il nascituro. E ora mi chiedo, quel desiderio di donare può prendersi la responsabilità di decidere la venuta di una nuova vita in questo mondo? Non è forse meglio che sia il “tutto” a decidere il momento in cui l’evento avvenga e se deve avvenire? E, per non perdermi troppo nel metafisico, non è meglio chiedersi prima, se posso donare questo amore a chi è già presente? Perché non posso amare totalmente l’albero fuori casa, il fornaio, il figlio del mio amico, uno sconosciuto incrociato per strada o chi ci sta accanto? Sia chiaro, che non sto mettendo dei veti all’idea di avere figli, ma chiediamoci ciò che ho appena scritto, e pensiamo un attimo se non sia più saggio che a decidere sia il mondo.

Come educare un bambino

Come educare un bambino? E a noi chi ci ha educati?

E se il bambino è già nato? È probabile che tu sia entrato nell’articolo perché sei già genitore. Come educare un bambino è la domanda su cui verge questo post. Una risposta è già stata anticipata poco fa: se non si capisce che tra figlio e genitore avviene uno scambio educativo allora il genitore è spacciato, e il figlio con lui.

Ogni adulto con figli crede di sapere cosa è meglio per suo figlio, e rare sono le persone che dubitano delle proprie scelte. Lui è l’adulto, ed è “arrivato”, invece il bambino ha tutta la strada di fronte. Ah, l’illusione del traguardo… Richiamiamo dal passato una riflessione di Carl Gustav Jung che svolga un’azione propedeutica a ciò che voglio comunicare.

Si vuole oggi più che mai educare soltanto i bambini. Nutro quindi il sospetto che il “furor pedagogicus” non sia che una facile scorciatoia per aggirare il problema sostanziale sfiorato da Schiller: l’educazione dell’educatore. I bambini si educano per mezzo di ciò che l’adulto “è”, non per mezzo delle sue chiacchiere (C. Jung).

Capisci la sostanziale importanza di queste righe? L’educazione dell’educatore. Chi educa l’educatore? Ma ancor prima: l’educatore è educato, è stato educato alla virtù? (Come direbbero molti dei grandi pensatori del passato). È molto simile alla questione del controllore dell’aforisma di Seneca: Chi controlla il controllore?

Un genitore crede di fare il bene della prole, ma se egli stesso ha ricevuto un’educazione fallace, o peggio, crede di essere giunto al traguardo e non fa più nulla per crescere, scolpirà se stesso nel figlio. Ossia, il bambino diverrà la fotocopia del padre o della madre o di entrambi. Per questo è vitale chiedersi chi ci ha educato prima di chiedersi come educare un bambino.

La morale dell’educazione

Educare, come forse saprai, non significa certo inserire a forza delle informazioni nel giovane, ma accompagnarlo nella sua avventura, guidarlo, far emergere la verità, o come qualcuno dice: il .
La morale dell’articolo, rivolta al genitore, dice: prima di educare un bambino come credi sia giusto, educa te stesso. E così, mentre gli insegni ad essere se stesso, in concomitanza, impari ad essere te stesso.

Ma anche senza volerlo, molti di noi finiscono per dimenticare questi principi, perché ammettere di avere torto richiede una buona dose di consapevolezza. Inoltre le circostanze sociali attuali non aiutano per nulla il compito. Così anche quelli mossi dalle intenzioni più nobili finiscono per trasformare i bambini nelle loro fotocopie. E qua casca l’asino. In una situazione gioiosa, creare una copia di se stessi in miniatura potrebbe anche essere una buona cosa, ma quando il 95, il 96 o il 97% degli individui sono insoddisfatti, si avranno bambini insoddisfatti.

È triste constatare che i bambini di oggi sono stati trasformati in dei piccoli adulti.

Bambini fotocopia dei genitori

Se la tua vita fa schifo come puoi pensare di avere il diritto di educare qualcuno? Farai del tuo meglio, certo, ma contribuirai soltanto a immettere nella società l’ennesima creatura infelice. Se tu sei infelice il fanciullo che crescerà con i tuoi stessi valori è destinato ad essere infelice. Se lo educhi secondo la tua morale, se gli insegni che nella vita bisogna fare questo e quello ma tu non sei felice, in tutta probabilità lui sarà infelice. È un ragionamento che non fa una piega, quasi ovvio, ma quanti si chiedono se sono veramente felici e soddisfatti della propria vita prima di pensare a come educare un bambino?

Fin qua abbiamo parlato molto di educazione, ma se dovessi spiegare come educare un bambino nel quotidiano cosa dovrei dire? Quando pensiamo ad educare spesso ci vengono in mente immagini di qualcuno che spiega e insegna verbalmente qualcosa a qualcun altro, ma quella è solo un’esigua parte dell’educazione.

Articolo consigliato: L’arte di essere fragili, una recensione anti-fragile.

Ciò che fai è ciò che insegni

Si crede che l’insegnamento risieda nelle parole, ma non esiste miglior educazione dell’esempio pratico. Molti adulti bacchettano i figli ma poi, nella pratica, si dimostrano essere immaturi come i loro figli capricciosi.

Anche noi abbiamo appreso la maggior parte delle nostre convinzioni e dei nostri comportamenti da quelli dei nostri genitori. E quando ci bacchettavano spesso nemmeno li ascoltavamo. Avviene in modo inconsapevole, specialmente nei primi 6/7 anni d’età. Con ciò voglio dire che il genitore deve preoccuparsi di essere, piuttosto che parlare e basta. Deve riporre l’attenzione in cosa fa, non in cosa deve dire ai figli per educarli al meglio. Loro osservano sempre l’adulto distratto e sommerso dai grattacapi della vita. Le chiacchiere possono solo cercare di coprire il proprio comportamento, come farebbe una veste a brandelli in pieno inverno.

Ecco qual è il primo principio per una sana educazione, ecco come educare un bambino in modo che non diventi la fotocopia della parte più in ombra dell’adulto. Preoccuparsi dell’esempio e non delle chiacchiere. Ma prima devi chiederti se la tua vita ti soddisfa, altrimenti è meglio che l’educazione spetti a qualcun altro.

Io credo che si diventi quello che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci (Umberto Eco).

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