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Perché soffriamo tutti di cherofobia

Immagine Perché soffriamo tutti di cherofobia

Questa sconosciuta parola sta vagando nelle menti della gente in questi ultimi mesi. Sarà per la canzone proposta a X Factor qualche settimana fa, o per altri motivi, fatto sta che sempre più persone parlano di cherofobia.

Cosa?

Cos’è la cherofobia? È la paura di essere felici, che si può erroneamente confondere con l’atarassia. Sì, capisco benissimo il tuo sconcerto. Come si può avere paura della felicità? Anch’io ho storto un po’ il naso, tanto che mi sono messo a riflettere sulla questione per mezzo della scrittura. Ne è uscito uno scritto in cui spiego che avere questo tipo di timore è un’illusione, o per dirla in termini più terra-terra: una cazzata. Qua puoi leggere il perché di questa affermazione.

Oggi però voglio addentrarmi nell’argomento da un diverso punto di vista: quello dell’individuo che è convinto di soffrire di cherofobia, cioè di avere paura della felicità.

Soffriamo tutti di cherofobia?

Sono sincero, a me viene molto difficile pensare a questo tipo di timore, è un aspetto che nemmeno mi sfiora l’anticamera del cervello. Nonostante ciò, credo che tutti soffriamo, almeno un po’, di cherofobia. La maggior parte di noi ha scordato la gioia che guidava la nostra vita. La libertà, elemento indispensabile alla spensieratezza infantile, era il pavimento fondamentale dove correre felici. Nessuno poteva levarci da sotto i piedi il tappeto fiorito, nessuno ci derideva per le nostre capriole o il ludico ballonzolare senza contegno. E se qualcuno lo faceva non ce ne fregava più di tanto.

Eravamo liberi di correre e di giocare, felici e inconsapevoli. Ma abbiamo disimparato a giocare, e lo abbiamo sostituito con l’essere efficienti e conformati ai vari modelli sociali. Anno dopo anno abbiamo regalato parti della nostra libertà e, per effetto, parti della nostra felicità. Ci siamo distanziati dal mondo puerile, abbiamo smesso di correre e saltare, e abbiamo camminato verso il mondo adulto. Abbiamo voluto rientrare in quel determinato gruppo, ci siamo etichettati più volte, giorno dopo giorno ci siamo abituati al dolore, alla reclusione fisica e mentale, alla negatività giustificata dal termine realismo.

Verso il mondo adulto

Ci siamo così ben recintati nel mondo adulto che abbiamo cominciato ad avere paura di tutto quello che stava fuori dal recinto. Il selvatico vigore, l’esplorazione, la spinta avventuriera si sono inaridite, gli alberi hanno fatto spazio al regolare cemento, palazzi squadrati… Ogni angolo al giusto posto, tutto sotto controllo, senza allarmanti imprevisti. Sia mai che mi ritrovi in una situazione in cui devo improvvisare. Così abbiamo imparato ad essere fobici, ad avere paura degli aspetti nuovi, diversi, che mescolano le carte della nostra vita, dei nostri interessi e gusti, la routine quotidiana, le convinzioni. Abbiamo appreso la fobia per le cose lontane, fuori dal recinto, come in questo caso la felicità. Ma si tratta realmente di paura?

Paura del dolore - Cherofobia

L’esperienza del dolore

L’esperienza del dolore produce un modo tutto nuovo di vedere le cose. Anche nell’età infantile siamo venuti a contatto con esperienze dolorose, ma si trattava di frangenti molto diversi. Nel periodo in questione questo tipo di esperienze si alternavano spesso a esperienze gioiose: quante volte abbiamo osservato un bambino piangere disperato e dopo pochi attimi ridere felice? Inoltre avevamo la sicurezza che qualsiasi cosa ci capitasse, i nostri genitori potevano “salvarci”, risolvere la causa del nostro pianto.

Nel mondo adulto invece il dolore si trasforma in un sottofondo costante dai connotati ansiosi, che scalza quel senso di sicurezza presente dell’infanzia. Non c’è più nessuno che può proteggerci, siamo in alto mare. Se non ci sono entrate monetarie la barca affonda e gli squali ci aspettano. L’angoscia è costante, i problemi pure, dobbiamo conquistare reputazione, partner, mansione lavorativa, aspetto estetico conformato, oggetti, auto, casa, famiglia, denaro, vacanze…

Ma questa volta, quando qualcosa va storto, non ci sono mamma e papà a salvarci.

Così, come ho detto, la sofferenza diviene una costante, e quando una cosa è costante non si può far altro che abituarcisi. Una sofferenza quasi doverosa, religiosa, nel senso che deve esistere per forza, perché ne abbiamo dimenticato la causa. Ma attenzione, quando ci si abitua a qualcosa, si comincia a percepirla come normale. Più passa il tempo più quella cosa viene pensata come un fattore naturale, che consolida ogni pensiero e azione. Ci si abitua al dolore, e questo pensiero (dove soffrire è lo stato naturale delle cose) cambia completamente il modo di interpretare ogni cosa. In particolare, il modo di definire la felicità. Questo ha una stretta relazione con la cherofobia.

Vogliamo scappare dal dolore così scappiamo dalla felicità

Esistono persone così abituate alla sofferenza che non ci fanno più caso, anzi, spesso la ricercano inconsapevolmente e, sempre in maniera inconscia, si auto-sabotano. Pensieri negativi e azioni di scarsa qualità, ossia che sono automatiche e non generate dal proprio libero arbitrio, diventano la normalità. Quando il dolore si fa più intenso però, si cerca di fuggire da esso, ma questo comportamento di non accettazione viene trasposto anche nei pensieri che riguardano la felicità.

Si tratta di uno specchio: ho paura del dolore, non lo voglio, e perciò ho paura di quello che credo essere il suo opposto: la felicità. Lo stile di vita comune non ci insegna ad assaporare e vivere completamente ogni evento della vita, che si tratta dell’atto che potrebbe farci intendere cos’è la vera felicità. Mi sto riferendo al vivere totalmente ogni esperienza di sofferenza, perché è l’unico modo per trascenderla e lasciarsela alle spalle. Solo così possiamo cominciare a capire cos’è la gioia reale, duratura, che non dipende da nulla.

Aver paura del dolore implica un timore per la destabilizzazione del nostro presente. Questo riguarda anche l’aver paura di essere felici, la cherofobia, perché anche un cambiamento verso la felicità destabilizza la vita “ordinata”. Non c’è più la sicurezza derivata dai nostri genitori, siamo adulti ma cerchiamo ancora questa sicurezza, questa normale staticità delle cose. La felicità potrebbe essere intesa come una minaccia.

Non dimentichiamo che questo modo di pensare lo ritengo una sorta di malattia, senza esagerare nei termini. È una condotta appresa dal mondo adulto che si distanzia dalla nostra natura umana, perché in fondo, tutti noi siamo nati felici.

Abbiamo tutti paura del dolore, così siamo tutti cherofobici

Se il dolore è in qualche modo un ostacolo alla completa felicità, non è rifiutando il dolore il modo giusto per raggiungerla. Nella vita di una persona realmente felice possono tranquillamente esistere periodi di immenso dolore. Tutto sta nel viverlo o nel rifiutarlo e combatterlo. Tutto sta nel capire l’opportunità unica di essere vivi in questo momento per poter provare e respirare tutta quella sofferenza, o nel maledire quel dolore e domandarsi: perché proprio a me?

Come ho detto, scappare dal dolore per sua natura ci fa scappare dalla felicità. Questo non equivale ad andargli in contro volutamente o nel ritenerlo normale. La vita normale dell’uomo dovrebbe coesistere con una stato di felicità perenne, dove i rari momenti dolorosi vengono goduti, ma soprattutto vengono indagati per recepirne il messaggio insito.

Questo secondo me può essere uno dei motivi che da avvio a questa malattia, alla cherofobia, ma la sua evoluzione si ramifica in contesti che hanno molto a che fare coi luoghi comuni. Stereotipi che hanno etichettato e spiegato la felicità in modo totalmente erroneo.

La radice di questa fobia

Credo che il possedimento di questo timore corrisponda a quella falsa credenza che comprova la transitorietà della felicità. Si ha paura di essere felici perché crediamo che la felicità svanisca in pochi attimi, principio che denota il non aver compreso la vera felicità. Così preferiamo lo sbandierato discorso: niente aspettative = niente sofferenza. Che si traduce in: niente felicità = niente dolore. Quindi paura del dolore = paura della felicità. Ecco la cherofobia amici.

Dopo queste parole, è logico dire che non si può avere paura della felicità, ma della sua perdita, che come abbiamo visto in passato, è cosa impossibile. Il cherofobico non ha paura di diventare felice, ma di poter perdere quello stato, così come la persona realmente felice non ha paura di morire, ma di non poter più vivere. Sono due aspetti molto differenti.

Per questo affermo che questa paura è infondata; chi conosce la vera felicità ne conosce la natura: essa non dipende da nulla, non è una questione soggettiva e non è transitoria. Dunque non si può aver paura che la felicità svanisca. La cherofobia è un illusione dai sintomi concreti.

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