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Antropocentrismo, perché gli animali non soffrono come noi

Immagine Antropocentrismo, perché gli animali non soffrono come noi

L’intera civiltà umana, fin dai suoi primi albori, è stata antropocentrica. Una visione antropocentrica “binoculare” direzionata, a dir di alcuni, troppo su se stessi, ha guidato l’evoluzione della vita dell’uomo e delle relazioni con gli altri esseri viventi. Oggi più che mai possiamo osservare come sia stato edificato un mondo dentro un mondo, quello umano all’interno di quello naturale. Prima di entrare nel vivo del discorso veniamo a contatto col significato di antropocentrismo.

Antropocentrismo come genesi di qualsiasi dottrina umana

Per dirla soltanto in poche parole, l’antropocentrismo è quella concezione che vede l’uomo al centro del mondo o dell’universo. Da notare che la visione antropocentrica viene contrapposta a quella teocentrica. In pratica, questa centralità umana sottintende anche una certa superiorità sugli altri esseri viventi e parti non viventi dell’insieme.

È molto importante tenere in considerazione che ogni tipo di dottrina e dunque cultura vede il suo sviluppo da un pensiero antropocentrico. Si può dire che l’antropocentrismo è il seme da cui sono germogliate le concezioni umane su se stessi e sulla realtà. Ogni sapere, che sia sociale, religioso, filosofico o scientifico ha preso vita in un terreno antropocentrico. Correnti come il meno conosciuto specismo, o il più acclamato razzismo si possono considerare nipoti lontani di questa centralità umana.

Quando è nato questo pensiero?

È altamente probabile la concomitanza della nascita di questa concezione con quella della civiltà, anche se penso che l’antropocentrismo abbia preso piede poco dopo il radicamento stabile della civiltà. Questo fatto lo si può constatare nello stile di vita e nei pensieri di alcune tribù che vivono ancora immersi nella natura (e che sono ancora natura). Pensieri che per l’appunto non riconducono in nessun modo all’antropocentrismo.

Tu sei come ti vedo io, tu esisti per me

Ogni forma d’interpretazione del mondo è così legata a questo tipo di visione. Negli ultimi millenni la specie umana ha manipolato l’intero ambiente per ricavarne un guadagno sempre maggiore. Col senno di poi si potrebbe parlare di un guadagno a breve termine, che ha compromesso gli equilibri e ha generato scompensi globali, e che si è dimostrato essere uno svantaggio a breve e a lungo termine, ma ne ho già parlato in un mio precedente articolo.

L’uomo civilizzato proietta se stesso e le sue caratteristiche all’esterno, all’oggetto, verso gli altri animali, delinea la realtà nelle proprie misure astratte, la classifica, la concettualizza snaturandone l’essenza. In questo modo, ha modificato la vita di altri umani e animali che nei secoli si sono dovuti adattare (forzatamente) a questo modello.

Un cane, una mucca, una libellula, un koala o un banano non possono vivere come natura ha programmato se a stretto contatto col civile, ma deve sottostare al collare, agli spazi chiusi, all’impossibilità di riprodursi in modo normale, agli spray, ai pesticidi, all’invasione del proprio spazio, agli innesti.

Antropocentrismo - Superiorità

Qual è il motivo della nostra superiorità e supremazia?

Possiamo considerarci superiori alle altre specie? Non voglio essere ipocrita né fare un discorso simil-hippie o che condanna l’uomo a virus del pianeta. In qualche modo possiamo pensarci superiori, in particolare per il fatto che siamo l’unica parte dell’universo a conoscere se stessa, o almeno, per quanto ora ne sappiamo, è altamente probabile. Ma superiore non è il termine che userei, mi piace più il vocabolo diverso.

Si può dire che l’uomo sia diverso dalle altre specie, tanto nel bene quanto nel male. Anzi, siamo gli unici a possedere la peculiarità di muoverci nel bene e nel male. Le altre specie viventi non escono dal proprio percorso naturale, a meno che non siano state costrette dalle modifiche ambientali derivanti dall’uomo civilizzato. Nell’articolo Ritornare umani per ritornare a sentirsi felici puoi approfondire questo discorso e capire meglio la direzione del nostro progetto.

Possiamo dunque considerarci una specie molto diversa dalle altre perché siamo in possesso di questa disgrazia/superpotere conosciuto meglio come libero arbitrio. Lascio al tuo giudizio se si tratti più di una disgrazia o di un dono. Anche in questo caso ho già espresso il mio parere in: Qual è il senso della vita? Destino VS libero arbitrio.

Potere e responsabilità

Ma come disse lo zio Ben a Peter Parker nel famoso fumetto Spiderman: da un grande potere derivano grandi responsabilità, capiamo che il libero arbitrio è un grosso potere. Possiamo osservare le grandi opere umane e di cosa siamo capaci, ma dall’altro lato, se prima non capiamo chi siamo e come funziona il nostro ambiente, allora gli effetti devastanti che tutti conosciamo sono la normale conseguenza.

E non serve studiare chissà quali testi segreti o tonnellate di tomi specialistici per comprendere la realtà, perché etica e morale naturale sono già impressi dentro di noi. Esemplificando queste ultime parole, a un bambino sotto i cinque anni non piace far soffrire altri esseri viventi, semmai si tratta di un evento che viene appreso da uno stile di vita artificiale, che la maggior parte delle volte viene imposto o ostentato così a lungo da radicarsi nell’inconscio.

Conciò credo che il libero arbitrio ci metta sempre in un bivio che ci può far sentire onnipotenti ma che implica delle responsabilità, delle conseguenze piacevoli o nefaste.

Un periodo meno antropocentrico? No, solo più spettacolare

Dopo questo preludio giungo al centro di questa esposizione, che riguarda la nostra partecipazione nella sofferenza degli altri esseri. Nell’ultimo decennio sembra esserci stato un cambiamento di rotta, e dico sembra perché la maggior parte del cambiamento lo reputo solo spettacolo. Movimenti per la salvaguardia degli animali, leggi, regolamentazioni… Tuttavia questi cambiamenti positivi sembrano riguardare soltanto una ristretta parte del mondo animale. Vediamo qualche animale peloso superstar in occhiali da sole che se la spassa sulle bacheche social, mentre il restante 99% (che sia il più piccolo insetto o un mammifero da macello) non godono delle cure dell’uomo civilizzato. Anche se la cura, per chi voglia andare più in profondità, non è nient’altro che un rimedio per un problema creato in precedenza da una vita artificiale. Mi servo di una penna diversa dalla mia per farti capire cosa intendo.

[quote author=”Liberi dalla Civiltà”]Ancora oggi non riusciamo a guardare agli animali come a nostri simili. Anche quando siamo loro vicini, spesso non li capiamo, non siamo in grado di identificarci nei bisogni che hanno. Così, quando non li maltrattiamo direttamente, li “umanizziamo” trasferendo su di loro tutte le nostre manie di individui frustrati. E allora li portiamo dai parrucchieri, facciamo loro la toilette, li vestiamo, li facciamo vivere nella reclusione abitativa quotidiana e, credendo di fare loro del bene, non esitiamo a sottoporli alle abbondanze di un’alimentazione industriale devastante (per loro come per noi). Considerati “cose” anche da un punto di vista giuridico, gli animali restano oggetti in nostro possesso, e le relazioni che instauriamo con loro sono sempre di utilità (dallo sfruttamento esplicito alla compagnia). D’altra parte, sin dalle origini della civilizzazione gli aspetti comuni della vita degli animali sono stati repressi, manipolati, fatti convergere verso l’utilizzo più comodo per i loro padroni. Essere in grado di immedesimarsi con le ragioni di un cerbiatto, sapere cosa provi una serpe che striscia, cosa significhi fluttuare nel vento come una foglia, scorrere come un ruscello, illuminarsi come una stella, sono capacità che ci paiono sempre più impensabili, indesiderabili, se non addirittura ridicole.[/quote]

Animali da compagnia nevrotici

Vediamo appunto gli animali da compagnia che svolgono il proprio ruolo, sostentano i padroni nevrotici per appiopparsi tutti gli stessi sintomi di un modo di vivere assurdo. Cani nevrastenici che devono sfogare la frustrazione tramite il latrato continuo, canarini che si sgolano perché lo spazio vitale rasenta i cinquanta centimetri, mentre vedono i loro simili saettare liberi da un ramo all’altro. Gatti e porcellini d’india che prendono la pastiglia per i vermi intestinali, per i dolori, per l’infiammazione…

Questo intendevo con spettacolo. La situazione è migliorata rispetto ad alcuni decenni fa, ma non tanto quanto si voglia far credere. Il fatto cruciale è che scambiamo la civiltà con il benessere, così ci hanno insegnato, eppure nessuno sta veramente bene come dovrebbe all’infuori del proprio habitat naturale. Fuori dalla natura, e quindi nel mondo umano, tutto si trasforma in una rincorsa ai rimedi, ai palliativi, ai piaceri droganti, per continuare a tirare avanti e reprimere quel senso di vuoto che ci dice: hey, fermati, non sei felice, stai sbagliando tutto.

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Ma torniamo a noi. Come ho detto, la situazione è migliorata sul palcoscenico, ma il pensiero primario rimane sempre quello antropocentrico. Tutto gira intorno a noi, nessuna eccezione. Questo errore, questo proiettare sugli altri il proprio essere, il modello umano, viene commesso sia da un lato che dall’altro.

Chi non reputa importante la sofferenza animale o (ad esempio) delle piante, non si fa certo scrupoli a disboscare, inquinare, ad accettare le pratiche violente dei macelli, a mangiarsi una bistecca ecc. Così come chi si schiera in difesa del prossimo e delle altre specie cerca di umanizzarle, come abbiamo letto nel testo sopracitato. Sia da una parte che dall’altra prevale una concezione antropocentrica. Questa centralità umana, che sia consapevole o inconsapevole, domina il pensiero degli individui a cui non interessa la sofferenza altrui e allo stesso modo è radicata nelle menti di coloro che la comparano alla sofferenza umana.

Giustizia divina

Se il primo caso è palese e non servono certo altre mie parole per spiegarlo, il secondo è più implicito nei modi che possono essere più empatici, ma che nascondono deviazioni deleterie. Rapportare la sofferenza degli altri esseri alla nostra, secondo me equivale a distorcere la realtà. Significa ricadere in un pensiero troppo antropocentrico. Significa non aver compreso per bene il funzionamento del mondo e della giustizia (divina o meno) che guida il tutto.

Cosa mai può esserci di giusto in un laboratorio per le vivisezioni? Cosa c’è di giusto nelle deforestazioni, sevizie gratuite, sfruttamento per profitto… in sostanza, nella sofferenza che l’uomo infligge agli altri?

Beh, possiamo notare la differenza che c’è tra il mondo umano, ossia la civiltà artificiale fatta di palazzi e cemento in cui viviamo, e il mondo naturale ancora vergine dalla penetrazione civile. Già questo fatto dimostra una sorta di giustizia universale. Possiamo cominciare a trarre delle supposizioni osservando l’immane sofferenza presente nel mondo umano e, al contrario, contemplare l’armonia degli spazi al di fuori della civiltà.

Dove regnano azioni innaturali e quindi universalmente ingiuste regna la sofferenza, ma questa non è ingiustizia, ma la normale conseguenza che serve a riportare ogni cosa all’equilibrio. Mi spiego: se attuo delle azioni che contrastano la mia natura umana, come ad esempio trascorrere molto tempo in anguste abitazioni, si verificano delle conseguenze che servono a farmi capire l’errore per ritornare in uno stato più umano, e quindi in equilibrio.

[alert]Articolo consigliato: La paura di avere malattie e l’ammalarsi per vivere sani[/alert]

Se noi uomini soffriamo è soltanto per colpa nostra, si tratta del frutto delle nostre decisioni passate e presenti. Siamo lontani dalla vera vita umana, e l’universo, il mondo, o chiamalo come ti pare, è costantemente occupato a far convergere ogni cosa al “punto centrale”. All’equilibrio.

[quote author=”Andrea Di Lauro”]Non esiste un punto di vero e proprio equilibrio, ma un continuo movimento da un’estremità all’altra che viene eternamente attratto verso il “centro”.[/quote]

Ti consiglio caldamente la lettura di questo articolo per sbrogliare queste strane parole: Il significato della vita? Dio non gioca a dadi (forse).

Antropocentrismo - Sofferenza

Come soffre una pianta o un animale?

Per non rischiare fraintendimenti, non sto affermando che gli altri esseri non soffrano, ma dobbiamo fare attenzione a non proiettare il nostro modo di soffrire nelle altre specie. È certo che un albero soffre se gli vengono segati i rami, ma già il vocabolo soffrire esprime un modo d’essere troppo umano, ed è quindi errato trasporlo al vegetale. Già il fatto che esso non possiede un sistema nervoso basterebbe a evidenziare l’enorme differenza.

Magari animali più simili a noi, come ad esempio cani, scimpanzé e maiali possono soffrire in modo più simile al nostro, ma anche in questo caso non possiamo dire che soffrono come noi.

Ora so che verrò contestato per quello che sto per dire, e con ciò non voglio assolutamente giustificare le terribili atrocità che l’uomo compie a sfavore delle altre specie, ma credo che esse soffrano in un modo diverso dal nostro, meno consapevole e dunque più tenue.

Come ho detto, da un grande potere (autocoscienza e libero arbitrio) derivano grandi responsabilità: se si erra, queste responsabilità riportano conseguenze dolorose. Cosa sto cercando di dire? Secondo il mio punto di vista, soffre (e soffrirà) molto più un uomo che sgozza un maiale del maiale stesso. So che è un duro colpo, ma l’osservazione mi ha portato a credere in una sorta di giustizia divina che semina tempesta o frutti dolci, il tutto in varia misura, secondo sempre la legge dell’equilibrio.

I dipendenti di un’azienda che scarica sostanze tossiche nel terreno e nei fiumi troverà quelle stesse sostanze nei campi, nella pioggia, nella sua tavola. La natura in un modo o nell’altro riuscirà a depurarsi, mentre l’uomo soffrirà di malattie ed effetti malevoli derivanti dallo scarico di quelle sostanze nel proprio ambiente.

Antropocentrismo inconsapevole

Fai attenzione a questo punto. Se credi che noi uomini siamo in grado di far soffrire gli animali come soffriamo noi, significa che stai mettendo nel punto più alto del mondo l’uomo, più in alto di una giustizia universale. Capisci? Tu che provi ribrezzo per il dolore che l’uomo infligge agli altri esseri, forse lo ritieni così potente da scavalcare l’equilibrio universale. In un modo più inconscio ti schieri a favore dell’antropocentrismo, e in modo inconsapevole, questa visione antropocentrica intacca il tuo modo di interpretare la realtà.

[quote author=”Homo Deus”]Finché non avremo decifrato i misteri della coscienza, non potremo sviluppare un sistema di misurazione universale per la felicità e la sofferenza, e non sapremo come confrontare la felicità e la sofferenza di differenti individui, per non parlare di differenti specie.[/quote]

Noi uomini siamo molto diversi dagli altri animali. Più il livello di autocoscienza aumenta, più si è capaci di spostarsi agli estremi del proprio percorso. Questi possono andare verso l’ “alto” (capacità di provare grande piacere, estasi, amore, felicità), oppure verso il “basso” (grande sofferenza, dolori atroci, odio, depressione, volontà di morire). Nel mondo umano ci sono migliaia di suicidi ogni anno, nel mondo naturale non vedrete mai un animale che tenta il suicidio.

Seguire la giustizia divina per essere felici

Potrei riportare le innumerevoli differenze che esistono tra la nostra specie e le altre, specialmente addentrandomi nel mondo psicologico, ma l’off topic sarebbe troppo invadente. Se la mente umana ti appassiona ti lascio un link molto interessante: Lo sai che tutti soffriamo del disturbo di personalità multipla?.

Senza continuare nell’elenco di differenze utili a spiegare questa mia tesi, decido di virare verso l’argomento cardine del blog: la felicità. Dal mio canto, una visione troppo antropocentrica può creare delle convinzioni false. Conciò, se non sappiamo chi siamo e come gira il mondo, difficilmente riusciremo a farci un’idea della vera natura della felicità. Difficilmente saremo felici.

Qualcuno potrà giustificare le azioni umane con le mie parole di poco fa in questo modo: se gli altri animali soffrono “di meno” o in modo diverso, allora non c’è alcun male nel servirsi di loro a proprio vantaggio. Questo comportamento, però, può solo portare all’insoddisfazione di chi esegue certi metodi: un piccolo “guadagno” veloce a discapito di un effetto più duraturo che riequilibra il tutto. E molte volte questo effetto si chiama dolore, vuoto interiore, patologia cronica, solitudine, infelicità. Perché un uomo che non è sensibile alla vita, che non è empatico e amorevole è distante dalla propria natura. Un uomo che è distante dalla propria natura non potrà mai vivere una vita felice.

Vedere l’uomo al centro del mondo, dichiararlo sovrano e portatore di giustizia ed equilibrio genera individui folli e infelici. Essere consapevoli (dopo un’attenta osservazione e sperimentazione) di un’armonia giusta invece, che guida il tutto, lungi da una visione antropocentrica, può avvicinarci ad una vita felice. Questa direzione ci avvia verso una vita più primitiva, che non ha niente a che vedere con lo stereotipo del cavernicolo, ma più a contatto con la nostra natura umana.

Questa natura riconosce che siamo parte di un tutto, e che siamo l’unica parte (forse) a poter essere consapevole del tutto. Sono ben conscio che anche questo pensiero può riportare all’antropocentrismo, ma non è così, se non si considera il proprio ruolo superiore a quello degli altri. Questa consapevolezza riconosce la possibilità intrinseca del più alto grado di empatia, amore e felicità. Noi uomini abbiamo questa potenzialità, esorto tutti noi a tendere in questa direzione, perché va a vantaggio dell’intero ecosistema.

[quote author=”Bruce Lee”]La misura del valore morale di un uomo è la sua felicità. Più l’uomo è buono più è felice.[/quote]

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