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La storia di Andrea

Immagine La storia di Andrea

C’era una volta, in un tempo non molto lontano, un ragazzo infelice. Cosa ti manca?, gli chiedeva la nonna, non sei milionario ma non ti manca niente. Quasi sempre il ragazzo si rifugiava in camera brusco. A volte, però, riusciva a ribattere a tono non sono felice, ecco perché mi lamento!

Arrivò il giorno, una sera particolare. Il tempo della maturazione era giunto. Da quel momento il globo si capovolse, e poi si capovolse ancora e ancora. Quel ragazzo poteva finalmente vedere il mondo, se stesso, la sua vita. Quel giorno cambiò tutto.

Non avere modelli a cui ispirarsi non è sempre un male

La mia infanzia è stata il periodo migliore della mia vita. I problemi iniziarono con gli anni a venire. Da bambino ero felice, anche se non ne ero consapevole.

Provengo da una famiglia numerosa, sei fratelli, figli del capostipite femminile che era mia nonna. Ho avuto due mamme: la prima dei fratelli e mia nonna, per l’appunto. Tra zii, zie, nonne, mamme e cugini, ricordo i miei primi anni di vita in 7 sotto un tetto (mancava uno per fare concorrenza alla fiction). Ho sempre respirato un profondo senso di unione all’interno di questo gruppo variegato e numeroso: un legame mai espresso a parole, anche se qualche volta timidamente fluiva dagli sguardi o da qualche gesto imbarazzato. Negli anni ne abbiamo, come si suol dire, passate tante. Questo però non ha dato pretesti per litigi o divisioni, anzi, ha agito ancor più da collante.

Nessun modello

Non ho avuto modelli standard a cui ispirarmi, diciamo i classici genitori. La mia non era una famiglia ordinaria. Ognuno mi ha offerto una piccola parte senza però cercare di trasformarmi nella loro fotocopia (come molti genitori, sbagliando, fanno coi loro figli). Questo, secondo il mio modo “psicologico” di vedere la mia vita, è stato uno dei motivi che ha facilitato il mio “conoscere se stessi”. Diciamo che fin dalla tenera età ho potuto sviluppare una personalità vicina a quella originale, identificazioni adolescenziali permettendo. Quelle, si sa, fanno parte della vita di ognuno.

L’insoddisfazione è la strada per la felicità

Dopo il tempo delle medie arrivò l’adolescenza e la strada verso la maturazione, con tutti gli alti e bassi che ne comporta. Tra le tante immagini, felici o meno felici, ricordo sempre quella sensazione repressa di non soddisfazione che permaneva fissa. Non sempre si faceva sentire, ma bastava fermarsi e scavare un poco per trovarla. Dopo aver scelto un indirizzo scolastico non affine al mio cammino, decisi di varcare prematuramente l’ingresso del mondo adulto. Prima dei diciannove anni lavoravo e facevo i turni di notte. Possedevo un’auto tutta mia e uno stipendio di tutto rispetto, ma tutto questo non mi portò di certo ad essere felice, anzi.

Solitamente, l’ingresso nel mondo adulto coincide con l’inizio della resa. Anche io, come tutti gli altri, vivevo la mia depressione controllata. Classica routine: lavoro, casa, casa, lavoro. TV, campionato di calcio, affogare le afflizioni della vita moderna nei piaceri futili e nelle dipendenze di ogni tipo. Soffrire e cercare qualcosa che possa lenirla. Un eterno ping pong tra piacere e sofferenza.

Una sera però mi colpì un fulmine. Non si presentò di certo il Buddha a illuminarmi la via, nessun Avatar mi indicò la via del Nirvana… Capii (ma lo capii sul serio) semplicemente che tutto quello che stavo facendo era sbagliato. Stavo sprecando la vita. Da quel momento mi riscoprii felice, felice per il solo fatto di essere in questo mondo e di poter interagire con il tutto. Prendere delle scelte, creare, giocare con la mia vita. Da quel momento tutto cambiò.

Perché tutti dicono come essere felici ma nessuno è felice?

Vorrei usare questo articolo per essere d’aiuto al lettore. Non amo molto parlare di me, ma cercherò di condensare alcune mie esperienze e alcuni principi che avvicinano a una vita più felice.

Quando ci si chiede cosa si fa nella vita o cosa ci appassiona, di solito le persone affermano di essere degli avvocati, dei produttori alimentari, dei manager, degli appassionati di sport, di vini, di spiritualità… Io preferisco pensare di essere un appassionato di vita. Cerco di limitarmi il meno possibile e, scendendo nel particolare, mi considero un esperto di felicità. Sinceramente non me ne frega nulla se qualcuno può vedere il fatto come un qualcosa di superbo. Avevo 23 anni quando provai nuovamente la vera felicità fanciullesca, ma con la consapevolezza di essa. Oggi ne ho 31 e forse non mi crederai, ma da quel giorno non è più apparso un giorno infelice nella mia esistenza. E devi sapere che gli eventi più “brutti” della mia vita sono capitati proprio in quel periodo. Ciononostante, ero sempre felice.

Questo distingue fin da subito ciò che è la vera felicità da quello che le persone credono sia. Quella definizione che dice di essere l’effetto di qualcosa e che dura qualche attimo. A quel tempo pensai alla mia vita fino ad allora, e a quella degli altri. Li sentivo ripetere che per essere felici bisognava fare questo o quello, raggiungere quell’obiettivo, quella precisa meta, essere in compagnia delle persone giuste e altre cose analoghe. Poi però, da buon osservatore, vedevo sempre scolpita la loro insoddisfazione, la totale assenza di uno scopo vitale, lo smarrimento e l’annichilimento della loro creatività. E questo lo notavo riflesso anche in me.

Altre persone invece avevano imparato a memoria la lezione. Avevano dei buoni concetti riguardo alla vita e alla felicità, ma nessuno di loro forniva delle indicazioni concrete e rimanevano a ciarlare in contesti di “nebulose celesti”. Senza contare che a parole erano molto bravi, ma a fatti dimostravano tramite le loro azioni di essere come tutti gli altri, schiavi e infelici. Non tutti chiaramente, ho imparato molto da qualcuno, peccato che quasi nessuno ora sia più vivo. 🙂

L’inizio del ritorno verso me

Ma torniamo al giorno in cui tutto cambiò. Un demone prese il sopravvento su di me! Era un demone utile alla mia evoluzione, non quelli informi e spaventosi dei racconti del brivido. Un demone assetato di conoscenza.
Se prima non aprivo mai un libro ora (in quel periodo) masticavo carta come una tarma famelica. Se prima rifiutavo ciò che non credevo alla mia portata, ora accoglievo e soprattutto cercavo nuove esperienze. Se prima mi vergognavo e i miei pensieri erano improntati maggiormente sul giudizio altrui, ora facevo quello che volevo. Se prima consideravo lo scrivere come una delle tante tediosità della vita, ora divenne una delle arti che mi consentì di capire di essere felice. Di questo ho scritto anche sul blog Scrivere e vivere.

Fu così che cominciai a percorrere uno stile di vita più umano, così da comprendere ciò che veramente conta nella vita. E che cosa conta? Semplice: vivere, non fare finta. Quello fu il periodo migliore di tutta la mia vita, e vuoi sapere cosa c’è di ancora più bello? Quel periodo non è finito e non finirà mai. E in base alle mie scelte potrà perfino “avvicinarsi al cielo”.

Va bene, ritorno coi piedi per terra. Sembra che io me la stia cantando e suonando da solo, ma i fatti parlano, perché è solo dopo aver scoperto la felicità che si sono concretizzati risultati che non avrei mai sperato. Tutte le maggiori conquiste sono arrivate dopo quel giorno, anche se sinceramente non me ne frega niente delle conquiste. Io sono felice, punto. Sono felice perché sono qua, adesso, e ho l’opportunità di fare e di scegliere. La concretizzazione dei desideri è solo la normale conseguenza di una vita felice. Di un ritorno verso la propria vera essenza di essere umano. Per questo, come ho già detto in qualche articolo precedente, non devi cercare di raggiungere i tuoi obiettivi per essere felice, ma devi prima essere felice per raggiungerli.

Non sono meglio di te

Trascorsero alcuni anni dopo quel famoso giorno e cominciai a guardarmi indietro. Osservai le mie azioni concrete e i pensieri che le avviarono, così gettai le basi per una via di comprensione e concretizzazione della felicità. Molte di quelle considerazioni fanno parte di quello che oggi puoi leggere nelle nostre serie, in particolare in Radice, ma anche negli altri articoli del progetto.

Scrivendo, mi sono accorto che in questo articolo non ho ancora offerto qualcosa di veramente concreto, ma questo perché l’ho già fatto e rischierei di divenire ulteriormente ripetitivo. Intendo marcare il fatto che io sono un semplice essere umano, non sono un genio, non ho doti particolari, non sono un laureato/specializzato, non provengo da una famiglia ricca, non sono stato baciato dalla dea della fortuna, nessun essere extraterrestre o divino mi ha rivelato il segreto della vita. Mi sono semplicemente indirizzato verso il vero me stesso, e ho cominciato ad esserlo. Quindi anche tu puoi prendere questa scelta quando lo vuoi. Questo progetto toglie le velature che il sistema moderno pone dinnanzi agli occhi di tutti, e può aiutare a riscoprirsi finalmente felici. Io non ho nulla più di te, io non sono nulla più di te, siamo tutti umani, e per quanto la nostra anima è diversa, siamo tutti pressoché uguali. In fondo vogliamo tutti la stessa cosa.

L’essenza dell’essere diversi è capire che più o meno siamo tutti uguali.

Articolo consigliato: Cos’è il talento innato e l’inganno della vocazione professionale.

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2 commenti su “La storia di Andrea”

  1. L’insoddisfazione è il motore principale del cambiamento, se non accetti come risposte i palliativi che di solito vengono offerti come anestetici… pardon, come soluzioni. Per quanto riguarda l’infanzia come età d’oro, ho l’impressione che quel periodo, proprio per l’inconsapevolezza che lo caratterizza, sia quasi sempre visto alla luce delle rielaborazioni successive. Magari resta la sensazione del mood di quegli anni, questo sì. Essere felici senza esserne consapevoli per me è impossibile.

    1. Anche per me, adesso, essere felici senza esserne consapevole è impossibile. Credo che nell’infanzia si poteva essere felici senza esserne consapevoli solo perché ancora non era andata persa. Essere felici era normale, non ci facevamo caso. Ma questa è soltanto una mia teoria.

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